I Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia ospitano una mostra temporanea, fino all’8 febbraio, dedicata alle fotografie di Margaret Bourke-White. Ma chi era questa straordinaria e intraprendente donna?

Margaret è nata nel 1904 a New York e per tutta la durata della sua vita il nord della sua bussola è stato dettato della fotografia: la sua grande ascesa parte negli anni ‘30 con la rivista LIFE, che gli commissiona foto in giro per la Grande Mela. Questi sono anni di grandi cambiamenti, soprattutto per una città come New York che è in grande espansione con i suoi commerci e le sue fabbriche. Ed è proprio con questo sfondo avanguardista che Margaret trova i suoi soggetti: la vita degli operai, le strutture che si innalzano sulla città, come industrie e ponti. Dalla difficoltà di immortalare questi soggetti così imponenti nasce un’idea alquanto singolare: fare degli scatti dall’alto per avere una visione completa dell’architettura. Ma come realizzare ciò? Margaret si fece imbragare e appendere ad un elicottero: alcune delle sue foto in quota sono spettacolari, come per esempio la foto della testa della Statua della Libertà, dove si vedono addirittura le persone che salutano l’elicottero.
Dopo questi primi lavori il LIFE le offre un’occasione imperdibile: andare in URSS per un reportage. Quest’occasione è stata più unica che rara per due motivi: il primo perché fu la sua foto di Stalin fu una delle poche che ebbe il permesso di arrivare in America, mentre il secondo è il suo sorriso: Stalin è sempre stato ritratto in modo severo, ma a causa della goffaggine di Margaret che fece cadere alcune attrezzature, il dittatore sorrise e rese iconico lo scatto.
Dopo questo primo traguardo, il LIFE la spedisce in Europa per documentare le avanzate degli alleati: diventa così la prima donna corrispondente di guerra. Gli scatti che risalgono a quel periodo sono terribili: alcune parti della mostra sono state dedicate ai partigiani nell’appennino tosco-emiliano e mostravano come la maggior parte delle abitazioni fossero devastate, come la vita fosse ridotta al nulla. Ma le immagini più atroci sono quelle del campo di concentramento di Buchenwald: Margaret, il giorno dopo la liberazione, si recò lì per fare alcuni scatti che lasciano un segno indelebile nel cuore dell’osservatore. Ci sono due immagini che rendono perfettamente chiara la Seconda Guerra Mondiale: l’immagine di due minatori con il volto sporco di carbone e gli ebrei, pelle e ossa, ancora chiusi nelle loro baracche. Da una parte vediamo ciò che ha portato la guerra ai tedeschi, ovvero il lavoro, ma dall’altra vediamo la crudeltà e la sofferenza che ha portato a tutti gli altri.
Dopo questo viaggio europeo, Margaret decise di spostarsi verso l’India: qui immortalò il Mahatma Gandhi e i suoi funerali a Nuova Delhi, mostrando quanto il popolo indiano fosse legato al suo messaggio e alla sua persona. Successivamente andò anche in Corea, per fare la reporter di guerra e mostrare ancora una volta le atrocità del mondo. Infine, i suoi ultimi scatti furono quelli dell’Apartheid: vide prima le rivolte nel Sudafrica e successivamente quelle in America e in entrambi i casi cercò di mostrare la disuguaglianza di uomini e donne di diverso colore nel loro stesso paese. Nel 1959, a causa del Parkinson, decise di mettere da parte la sua macchina fotografica e di dedicarsi alla sua autobiografia.
Mentre visitavo la mostra e passavo da una didascalia all’altra, mi sono più volte stupita nel leggere gli anni in cui erano state scattate le fotografie: le prime tra il 1936 e il 1938. Le foto di quegli anni, scattate in America, spesso rappresentavano fabbriche, industrie o ponti appena inaugurati. Mentre le foto di appena un anno dopo in Germania rappresentano tutt’altro: paesini ridotti a polvere, spazzati via dalla guerra. Come può esserci un così ampio divario tra America ed Europa a distanza di così poco?
Purtroppo quando entra in gioco la guerra, gli stati si ritrovano annientati e irriconoscibili: questo si percepisce perfettamente negli scatti di Margaret. Negli stessi anni nei quali la Germania preparava le armi per la guerra, l’America vedeva prosperare la propria economia e crescere lo status sociale. Margaret è riuscita ad immortalare la riluttanza di uno stato, facendo capire al mondo intero come l’astenersi da un problema non significhi farlo sparire. E’ riuscita a coniugare la sensibilità artistica al coraggio civile, lasciando un segno profondo nella storia della fotografia del secolo scorso.
Anche ai giorni nostri, il mondo è invaso da guerre e in pochi prendono posizione; la guerra tra Ucraina e Russia, che ormai è considerata una notizia di routine al telegiornale, la riterremo una tragedia quando sarà troppo tardi. Lo scontro tra Israele e Palestina negli ultimi anni è diventato ancora più sanguinoso di quanto già non fosse stato negli ultimi decenni, ma questo non ha portato a una tregua. Dov’è il senso di umanità che dovrebbe scatenarsi quando avviene un’ingiustizia? Dov’è la coscienza davanti a una catastrofe? Il mondo ha ancora bisogno di persone come Margaret Bourke-White che davanti ad ogni scatto ha visto, non solo un’impresa da compiere, ma soprattutto la possibilità di trasmettere un messaggio che resta ancora oggi come un monito per noi.
Chiara Boschi 4E
Foto di Chiara Boschi






