“Pulvis et umbra sumus” dice Orazio, nel settimo componimento del quarto libro delle Odi, testo in cui riflette sull’inevitabilità della morte e sulla precarietà della vita umana.
“Siamo polvere e ombra” scrive, in totale accordo con quello che la scienza odierna rivela sul nostro corpo e sul suo destino dopo la morte. Questa visione, di ossa e larve, infatti non ci stupisce più di tanto, ma siamo sicuri di essere davvero solo questo? Veramente esiste qualcuno che per riassumere la propria identità sceglierebbe la parola “polvere”?
Qualche giorno fa, mi è stato chiesto di scegliere un’unica parola per definirmi e, per non lasciar prevalere una caratteristica sulle altre, ho pensato all’immagine del mosaico. Infatti, ognuno di noi racchiude al suo interno tantissime qualità, dettagli e fragilità che lo contraddistinguono e che, allo stesso tempo, lo avvicinano agli altri. Siamo una bellissima composizione che, grazie a tanti piccoli vetrini, crea giochi di luce e immagini indelebili.
Ogni tessera ha una posizione, un colore e una dimensione precisa, che rende il tutto irripetibile.
Questa combinazione, però, è ovvia e concreta solo finchè siamo in vita, perché con l’arrivo della morte, diventa molto più facile credere alla triste visione che la scienza e Orazio ci propongono. Facile, sì, ma siamo sicuri abbiano ragione?
Il mosaico si frantuma, è vero, ma i frammenti rimangono, proprio come fanno le nostre ossa e anche se non sono più tutti uniti, continueranno a raccontare qualcosa di noi per sempre.
Io sono credente quindi mi viene difficile pensare al mio corpo come a un insignificante ammasso di polvere e ombre e, dopo la visita al MUSA di Milano, sono ancora più convinta che, anche dietro a un cumulo di ossa, ci sia molto di più.
Prima di entrare, devo ammettere che tutti noi ci aspettavamo un museo noioso, pieno di scheletri anonimi e lontani dalla nostra realtà. E’ inutile dire che pensando ciò stavamo commettendo un grandissimo errore.
Entrare al MUSA significa fare una chiacchierata con il passato, diventare una squadra con tutti quegli uomini e quelle donne che hanno vissuto prima di noi e ringraziarli, uno a uno, per la loro preziosa esistenza. Tra i corridoi del museo sono custodite tante vite diverse per storia, origine e quotidianità, ma accomunate dalla stessa condizione umana. Ogni frammento ritrovato racconta qualcosa della persona a cui è appartenuto, del periodo in cui è vissuta e di tutte quelle cose che ha dovuto affrontare.
Dall’età degli antichi romani all’epoca moderna, versi di autori e note di musicisti restituiscono un’identità alle ossa del museo, che ci sussurrano preziose informazioni sulla nostra storia.
Un bambino ci parla di Mediolanum, la piccola Milano romana che circa duemila anni fa ospitava un popolo povero e affamato, con malattie incurabili e grandi differenze sociali. Un giovane di origine barbara racconta un tempo in cui la violenza diventava sempre più frequente fino a sfociare, nel Basso Medioevo, in torture e lavori forzati. La popolazione inizia ad espandersi, le malattie cominciano a diffondersi rapidamente, tante persone muoiono, tanti restano soli, tutti vengono rinchiusi nelle proprie case.
Vi ricorda qualcosa? 
Cambiano le sepolture, i significati associati alla morte, le cause, ma ciò che resta sono sempre le nostre ossa che, oggi, grazie alla scienza, ci permettono di ricostruire tutte queste situazioni.
Le malattie, l’alimentazione, le violenze, le esplosioni, tutto viene registrato dal nostro corpo e così, anche dopo la nostra scomparsa, continuiamo a parlare e a renderci utili.
Proprio per questo diventa fondamentale capire a chi appartiene quella voce. Il sesso e l’età, ma soprattutto il nome e il cognome del nostro interlocutore, sono dati essenziali e, il principale obiettivo delle ricerche antropologiche, mediche e forensi, per restituire identità e dignità a chi è scomparso nel silenzio.
Anche oggi le persone che spariscono nel nulla sono molte. Alcune vengono travolte dalle violenze della terra, altre sono inghiottite da quelle del mare. Dietro ognuno di loro resta una famiglia spezzata e impotente, senza informazioni e nell’attesa del proprio caro.
Basti pensare alla strage di Sicilia del 2015 dove circa mille persone sono sprofondate tra le onde del mare nel giro di pochi minuti, senza più riaffiorare.
Solo 28 sono riusciti a salvarsi e, dei corpi ritrovati, appena 33 sono stati identificati.
Quelle mille persone corrispondono circa al numero di studenti che frequenta il nostro Istituto e, come noi, anche loro avevano qualcuno ad aspettarli a casa. Questa breve lettera, che fa parte dei ritrovamenti del naufragio, ce lo dimostra: “Quello che ti posso dire io fratello mio, come sorella, ti consiglio con quello che sentiamo, che è meglio che non pensi di attraversare il mare. […] Non rischiare, coraggio”.
Questa ragazza non saprà più nulla del fratello e, come lei, tantissimi altri.
Per questo, il lavoro svolto dagli esperti del LABANOF (Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell’Università degli Studi di Milano) è importantissimo, perché come in un mosaico, ogni frammento ritrovato contribuisce a ricostruire un’intera storia, restituendo ai corpi la loro identità e alle famiglie i propri cari.
Sara Faraboli 4E






