La musica è una necessità. E il successo è relativo, anzi, è confuso con fama e grandi orchestre. La musica comincia come un hobby, poi si trasforma nella tua passione, talvolta diventa un carico gravoso che ti fa strappare gli spartiti, ma ogni giorno di più capisci che è una benedizione. È espressione, gioia, crescita personale ed esperienze magnifiche con persone di talento. Tra (simpatiche) battute pungenti sulle chitarre e aneddoti personali, Carmelo Bongiovanni -direttore d’orchestra, compositore, musicista, insegnante all’indirizzo musicale del Bertolucci e calabrese DOC- si racconta in questa intervista. Ho imparato molto dalle sue parole, e farà conoscere a tutti noi artisti e brani meravigliosi, il tutto condito con un po’ d’ironia snob da vero musicista classico. Ci ha parlato del suo concerto con l’Orchestra Filarmonica Italiana tenutosi nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma il 17 aprile, e il suo desiderio più grande è trasmettere qualcosa; quindi, dimenticatevi spiegazioni barbose di cui non capirete niente, perché Bongiovanni è davvero divertente e in grado di far appassionare chiunque. Provare per credere! Scherzi a parte, Carmelo Bongiovanni è l’insegnante di Storia della Musica più swag di sempre! Immergetevi con me nella lezione più magica a cui abbiate mai assistito, così com’è la musica.
Grazie per aver concesso questa intervista. Mi sento Monica Mondo in questo momento!
Monica Mondo!
Bene, sono molto contenta di farla perché io vi conosco…
Da poco
Sì, e solo nell’ambito scolastico, ma siete persone attive nel campo musicale ed è questo che vorrei far trasparire a chi leggerà l’intervista. A volte non c’è bisogno di cercare Paul McCartney nella nostra scuola perché abbiamo i nostri insegnanti che lavorano molto musicalmente; questo lo dimostra il concerto che farete e di cui parleremo in un momento successivo. La prima cosa che vorrei chiederle riguarda la sua formazione, quindi, come ha iniziato a suonare e quando.
Allora, io ho iniziato a otto anni a studiare musica. Ho iniziato a otto anni perché il mio papà è un clarinettista, diciamo dilettante, che ha suonato in banda, e ha una banda sua e quindi io ho iniziato in quel modo e studiando trombone, anzi flicorno tenore per la precisione. E poi diciamo che da lì mi sono un po’ appassionato a tutto perché nel mio paese, giù in Calabria, oltre alla banda c’ea questa tradizione che a Natale, nel periodo di Natale, di fare la cosiddetta novena di Natale, cioè di fare prima del Santo Natale di andare a suonare in paese. E quindi da lì iniziavo a scrivere, a dieci anni o undici, le parti trasposte con tutti i vari brani di Natale; così mi sono appassionato alla composizione, pianoforte e poi ho studiato pianoforte, ho iniziato in conservatorio a studiare tutti e due. A questo ho associato gli studi di direzione in un secondo momento, però la mia formazione fondamentale è stata la banda.
Come mai proprio il trombone?
Ma, per un caso fortuito, nel senso che in banda serviva un po’ quello strumento, a me andava bene e ho iniziato con quello.
Quindi lei ha cominciato anche a comporre solo per la banda, non perché sapeva di voler diventare compositore.
No, no, no. Ni, nel senso che la banda è stato l’inizio. Mi ha dato la possibilità sia di gestire la capacità performativa, quindi suonare mentre cammini, sentire e suonare insieme agli altri, questo è fondamentale. E, avendo io uno strumento molto potente, anche tirarmi dietro gli altri quando andavano un po’ scemando. Questo sicuramente mi è servito per capire come funziona la strumentazione in generale. Da lì poi è nata anche una passione per il pianoforte, per le piccole cose che sentivo…
Non per la chitarra!
Non per la chitarra! Ci ho provato per la chitarra, però non ci sono mai riuscito.
Quindi suo padre era l’ispirazione all’inizio o c’è stato qualcun altro da cui traeva ispirazione?
No, no. Mio padre e il lavorare in banda. Poi io sono stato l’unico che ha preso la scia dello studio musicale serio. Anche mia sorella ha fatto clarinetto, ha studiato canto e adesso è ingegnere, quindi un’altra cosa. Però sono l’unico ad aver fatto quello.
Qual è il desiderio che l’ha spinta a continuare su questa strada quando era all’inizio?
Ma io penso che più che un desiderio a un certo punto diventa una necessità. Questo è quello che ho sempre pensato. Credo che fare musica, o meglio, se non facessi musica non saprei che cosa fare della mia vita e durante la mia vita. Fare musica è una cosa che diventa, e nel mio caso è stato così, una necessità perché è un linguaggio, è la capacità di esprimersi, e poi soprattutto esprimersi con la propria musica è ancora più importante come necessità. Quindi non parlerei di desiderio, desiderio è comprarmi una Porsche, quello è un desiderio.
Poi quando si comincia così da bambini e da ragazzi è molto difficile pensare ad altre strade. Cioè io sono giovane e non ho vent’anni di esperienza dietro di me, però già nel mio piccolo mi farebbe strano pensare ad un’altra vita senza la musica, perché comunque è come occupi il tuo tempo, quello che fai. Comunque, un delle cose che volevo chiederle, appunto, era se ha mai pensato a come sarebbe la sua vita senza la musica? Che carriera avrebbe intrapreso?
Io mi sono appassionato sempre di tante cose. Ti ricordo che io ho iniziato a studiare in conservatorio a diciotto anni. Ho fatto il liceo scientifico ma alla fine del quinto anno avevo preso geologia. Stavo facendo geologia anche se mi piaceva medicina. Mi è sempre piaciuto il fatto di fare il chirurgo e di stare dieci ora a fare un’operazione, a salvare le vite degli altri. E avere la conoscenza per poter dire a una persona cosa fare. Quello per me è stata sempre, forse, una delle mie aspirazioni. Certo, l’arte, l’estetica, mi è sempre piaciuta. Anche l’architettura. Quindi, probabilmente, se non avessi fatto il musicista avrei fatto, o spero, il medico, forse architettura o qualcosa del genere. Però non lo so, pensarci adesso è una consapevolezza diversa. Si, certo. Quindi adesso potrei dire qualsiasi cosa ma a diciotto anni non lo so.
Lei com’è cambiato con l’avvento della musica nella sua vita? Ad esempio, è diventato più paziente, più competitivo…
Ho smesso con il tempo di essere competitivo. Ed è una cosa che vi consiglio vivamente perché la competizione è qualcosa… C’era un direttore d’orchestra, Ravel, no, no Bartok. Si, Bartok diceva che le competizioni, le gare, i concorsi sono per i cavalli non per i musicisti. Ed è vero, nel senso, dobbiamo cercare di capire che tutti andiamo verso un’unica direzione che è quella di creare un’opera d’arte. Un concerto è come se noi fossimo dei pittori che in estemporanea facessero un quadro, che poi di colpo svanisce. E un po’ quello, con le istruzioni che ci ha dato il compositore. Come se arrivasse Leonardo e ti dice metti questi colori, fai questo disegno. Quindi, si, la musica mi ha insegnato ad essere più multitasking, sicuramente; ho imparato ad essere meno competitivo perché ho imparato a gustare la musica. E gustare la musica significa farla, non tanto chissà dove o con chi, ma farla nel miglior modo possibile. E poi mi ha aiutato a leggere la Storia, la mia Storia ma la Storia in generale. La musica ti trasforma nel momento in cui tu impari ad accoglierla, a costruirla dentro di te e impari ad accettare quali sono i tuoi limiti, quando tu puoi dare il massimo, senza pensare di dover essere nuovi geni del mondo; tanto alla fine c’è stato e ci sarà sempre uno migliore di te.
A proposito, se mai ha avuto questo problema, come ha fatto o come fa a non farsi, diciamo sopraffare dal desiderio di successo?
Bisogna capire che cos’è il successo. Perché forse è un po’ lì punto. Se il successo è avere milioni di follower, perché oggi si basa un po’ su quello, allora secondo me è sbagliato l’approccio. È sbagliato l’approccio perché il successo è riuscire, secondo me, a migliorare se stessi di volta in volta. Se il successo per te è aver tre persone in pubblico ma fare l’esecuzione per te migliore possibile rispetto a quella precedente, allora quello è il successo giusto, cioè migliorarsi costantemente, perché poi sono delle cose ce tu fai e non vedi ma che gli altri vedono. E allora sopraffarsi dal successo ti succede magari alla tua età, non ti succede quando sei grande, perché capisci che il successo…
Dipende da che cosa si intende.
Sì, e poi il successo visto agli occhi degli altri, sai quando la gente ti dice: “Allora ti vedremo a Sanremo”. Perché la gente pensa a Sanremo, no, però è difficile spiegare ad un profano dei giorni nostri, ad un babbano come diceva Harry Potter, far capire che cosa sia il successo. Il successo non è quello che fa il calciatore, noi facciamo un mestiere molto più serio. Quindi impari ad evitare il successo visto in quel modo. Poi bisogna saperlo gestire sicuramente perché bisogna fare i conti con questo successo, perché ti porta a cullarti, c’è il fatto di riuscire a fare qualcosa di buono, ripeto sempre per te stesso, magari ti porta un po’ ad abbassare la guardia.
Questa secondo lei è una lezione di vita importante? Perché comunque oggi, parlo anche per me personalmente, siamo soggetti a tanti video e tante immagini. Vedi il ragazzo che ha la tua età o anche più giovane di te che fa il pre-conservatorio della Julliard, ha suonato alla Carnagie… C’è un certo peso e…
Ma allora, quello è un qualcosa che forse tutti ci porteremo dietro; perché comunque volente o nolente siamo sempre dentro a una società, e la società ti fa vivere delle cose, poi è normale che tu hai quindici anni, io ne ho trentatré è diverso l’approccio, è diverso tutto, son cresciuto anche io, in un mondo diverso dal tuo, nonostante non sia un vecchiaccio è stato un approccio totalmente diverso dal tuo. Come ho fatto io, imparerete con il tempo che non si può, o come diceva Einstein non si può considerare quanto è bravo un pesce dalla sua capacità di arrampicarsi sugli alberi. Non è quello, c’è ognuno ha i propri tempi, le proprie competenze e la propria società. Se io ho un padre straricco che può pagarmi la Julliard, mi può pagare i migliori maestri, eh grazie che arrivo alla Carnagie Hall, sarebbe un problema se non ci arrivassi. Però ho una responsabilità diversa. Io ho tutto quello che posso avere ma devo saperlo mettere a frutto. Mio padre è un elettricista, non mi è mai mancato nulla nella mia vita ma non mi ha dato la possibilità di chissà che cosa. Ma tutto quello che ho fatto è stato il massimo di quello che potevo fare. Bisogna considerare lì, tu Gaia, cos’hai come possibilità adesso nel tuo mondo. Questo? Da questo devi tirare il massimo, e poi da lì si vede quanto vali tu e quante vale uno che ha la Carnagie Hall. Però se ci arrivi tu alla Carnagie Hall vuol dire che hai un valore diecimila volta superiore. E se non ci arrivi, non pensare che è una tua mancanza, o una tua mancanza di qualità. Poi purtroppo nel nostro mondo esistono altre variabili che non dipendono da noi, ed è quella la questione del successo. Cioè il capire che bisogna trovare un limite tra quello che vedo e quello che posso fare per me.
È stata una seduta psicologica. Siccome io non sono molto emotiva, ed evito di commuovermi, le faccio una domanda più divertente, giusto che prima è venuta questa cosa dei babbani. Qual è il pregiudizio che lei proprio non sopporta di più tra tutti quelli che le persone hanno sui musicisti?
Il pregiudizio?
Si, oppure il luogo comune. Tipo che noi chitarristi siamo solo sulle spiagge a fare le canzoni con il fuoco…
Ecco, lo hai detto. Il pregiudizio è quando ti parlano e ti dicono canzone. Tipo una canzone di Beethoven. No, male. Una canzone, il fatto che nel nostro mondo la musica sia tutto ciò che è una canzone, da Gino Paoli a tutto ciò che è Sal da Vinci. Le porcherie che fanno a Sanremo, Sal da Vinci. Ecco, che tutto il mondo, dì, che la musica venga identificata con la canzone italiana per me è una cosa insopportabile. La musica, cioè noi abbiamo inventato la musica vera.
Eh, sì. Bene, siamo in tema Beethoven e altro, dunque mi interessava chiederle anche i suoi gusti, musicisti e compositori che le piacciono.
Allora, compositori che mi piacciono è sempre una domanda molto difficile perché per un compositore avere un compositore del cuore è qualcosa di strano. Penso, forse tra tutti Bhrams. Perché ha all’interno una costruzione, proprio il suo modo di costruire la musica coì ordinato, forse così tedesco per certi versi che mi da una sensazione di ordine, appunto, di pace e allo stesso tempo di continuo e costante movimento. Per me, sicuramente Bhrams è quello che più di tutti mi piace scoprirlo sempre di più. Poi ci sono compositori, c’è Stravinsky, c’è Mahler, c’è Ravel, più avanti Betfur, Ligeti, per me è tanta roba. Non si può dare, cito Bhrams perché è il più lontano, ed è l’evoluzione di Beethoven in un certo senso.
La cosa che proprio non sopporta degli esecutori che devono fare i suoi pezzi?
I miei pezzi?
Sì.
Ma di quelli che devono fare i miei pezzi io li amo tutti perché sono persone coraggiose, però, ma in realtà non c’è niente che non sopporto. Forse mi piacerebbe il fatto, però questo dipende dal musicista nel senso che molti lo fanno, che facessero un po’ più musica loro. Nel senso che si attenessero alla carta ma non solo alla carta. Mahler diceva che sullo spartito c’è scritto tutto tranne l’essenziale, ed è vero c’è è una cosa ovvia, non sono solo note quelle che facciamo, quindi questo upgrade sì.
Allora una cosa che volevo chiederle prima ma che mi sono dimenticata di chiederle all’inizio è, con tutto il suo percorso, qual è la persona che spera di aver reso più fiera?
Penso mio padre. I miei genitori, ma perché mio padre è più emotivo, piange sempre.
Quindi sì, da quanto lei mi ha detto ha raggiunto cose che lei desiderava, ma ci sono ancora obiettivi artistici che vorrebbe condividere con il mondo esterno?
Certo. Riuscire a fare l’integrale di Bhrams delle Sinfonie di Bhrams, sicuro. Riuscire a collaborare con solisti di un certo livello. L’ho fatto questa estate con Cecilia Ziano che è una solista eccezionale e impari tanto dai solisti e dal fare musica insieme si impara tantissimo. Poi si ci sono tante composizioni che mi piacerebbe tanto dirigere, ci sono i Quattro Pezzi Sacri di Verdi, la Terza di Mahler… ecco, tra i tre brani, ricalcolo il tutto, facciamo le Laudi, il finale della Seconda di Brahms e il finale della Terza di Mahler.
A proposito qual è un brano che avrebbe voluto aver scritto lei? Che proprio dice…
Perché non l’ho fatto io… Forse uno di quei brani che cambiano un po’ la Storia, secondo me ce ne sarebbero tanti, ma se mi avvicino alla mia età, penso il Lontano di Liget, perché è geniale nell’ idea dei microtoni e nella composizione in sé.
Parlando della sua musica, invece, se lei dovesse descriverla senza generi; quindi, usando parole non legate all’ambito musicale, cosa direbbe?
Ma allora, sicuramente la musica contemporanea è senza generi. È difficile darle un genere, poi già contemporanea è tutto ciò che fai mentre tu sei vivo. Io penso che, anche lì c’è stata un’evoluzione scuro, ma mi sono più avvicinato ultimamente all’idea timbrica e lavorare tanto con i timbri. Poi scoprire delle cose nuove quindi costruzioni proprio timbriche. E penso, per la mia formazione, per quello che sono io, di essere arrivato a un dunque, dal quale vorrei fare un attimino un po’ il ritroso da iniziare a lavorare un po’ più con il concetto proprio melodico, cioè proprio con le melodie, con le note. Lavorare un po’ più con le note, cosa che non si fa molto nella musica contemporanea. Ok, si lavorare un po’ di più su—ricominciare dall’armonia. L’armonia intesa in senso lato, cioè un accordo, proprio armonia intesa come costruzione, sovrapposizione.
Adesso io sto saltando armonia.
Bravissima!
Comunque, a proposito di musica contemporanea, sicuramente è un argomento molto controverso. Quindi volevo chiedere lei cosa ne pensa delle regole canoniche della musica classica e cosa le piace e invece non sopporta della musica contemporanea?
Allora della musica classica penso che tutte le regole siano necessarie, nel senso che se non ci fossero non potremmo fare assolutamente alcun tipo di musica contemporanea o altra musica. Quindi le regole servono per imparare un linguaggio, imparare la grammatica di un linguaggio. Quindi tu puoi dire tante castronerie in inglese, italiano eccetera, però se conosci le regole. C’è un aneddoto forse, un esempio che non c’entra con la composizione, però è molto—Victor Borge, non so se l’hai mai sentito, in caso vattelo a vedere. Sono dei video che lui faceva, un pianista statunitense che è morto forse negli anni ’80, ’90, e faceva una marea di video simpatici dove lui modificava tutto al pianoforte, ma li faceva perché era capace di suonare il piano in un modo… quindi si, avere la padronanza di quella che è la musica. Anche io a volte vedo Morini fare delle cose al pianoforte e sono invidioso, che è bravissimo. E quindi avere la padronanza poi ti aiuta a fare tutto quello che vuoi. Della contemporanea invece non aborrisco in maniera, ecco, totale, il fatto di non interessarsi di quello che è stato prima, di alcuni, del fatto che non c’è attenzione a quello che è stato fatto prima e al fatto che tutto sembra “si vabbè tanto basta che faccio questo”, quindi un’accozzaglia di gesti e di cose come se tutto fosse possibile. Poi in realtà si vede quando è un’accozzaglia e quando dietro c’è studio di determinate cose. Però forse ci stiamo spostando troppo dal pubblico e questo è sempre un argomento che sta a metà tra il devo, non devo fare quello che piace al pubblico, devo secondo me dare qualcosa. Poi non devo essere nell’ olimpo dei compositori, ma devo essere qualcuno che comunica qualcosa.
Giusto, è interessante il suo punto di vista perché comunque oggi viene definito come un periodo musicale molto distante dal pubblico, come musica difficile da comprendere. Quindi per lei qual è la sfida più grande nel fare una buona composizione in un periodo in cui, come in tutti i campi, tutti si vogliono dimostrare musicisti e compositori?
Cioè, forse ti ho un po’ risposto prima a questa cosa, che è legata alla questione del successo. Il fatto di non dover più voler dimostrare che sono bravo. Cioè perché questa è una cosa che tutti abbiamo fatto e tutti vorremmo, ma anche il compositore, un tempo lo volevano tutti. C’è Beethoven crepava per voler dimostrare, Verdi, gli anni di galera è perché doveva. Forse mi sento in una fase un po’ più come Verdi maturo, del fatto di non voler più dimostrare chissà che cosa. Ho avuto la fortuna bellissima di studiare in Accademia di Santa Cecilia e nella mia classe eravamo in quindici, e quindici teste diverse con formazioni diverse, tutti più bravi di me e ne sono felice perché ho imparato tanto, ma tutti abbiamo imparato tanto da tutti e quindi questo penso, l’obiettivo della mia musica è comunicare qualcosa, un’intenzione, perché alla fine poi il modo con cui lo comunichi è un’ altra cosa, ma se tu hai una necessità interiore come diceva Kandisky hai la possibilità di dare qualcosa, e se lo fai comunque esce.
Bene, per mia curiosità personale, se vuole dire qualcosa su Santa Cecilia.
Su Santa Cecilia, be’. È un mondo, io ti parlo di composizione, era una cosa a cui ci aspiravo. Avevo provato due tre anni fa ma non ero entrato; anzi aspetta sono già passati cinque anni; quindi, sono cinque anni che avevo provato tre anni prima… Poi ci ho provato due anni dopo e nel 2023 sono entrato. È sicuramente un passo più avanti, nel senso che ti da la possibilità di crescere e ti da una responsabilità. Tu ti senti responsabile perché sei in qualche modo un eletto, non tutti ci entrano, quindi dici “Adesso che sono qua devo dare il massimo, devo guadagnarmi ciò che mi sono già guadagnato”, quindi sicuramente quello però ti da tantissimo e sei molto autonomo e quindi cresci e impari.
Tornando alla sua composizione. Intanto come trae ispirazione, se c’è una storia dietro a un suo brano particolarmente significativa da condividere, e poi se ha mai dovuto gestire il blocco del compositore e come preferisce comporre (su carta, con il pianoforte o a computer…)?
Allora, storie dietro a composizioni no. Ispirazioni forse si, ma sono più esterne, per esempio l’ultimo pezzo che eseguiranno poi a giugno si chiama Tutto è nulla e c’è quest’idea di un suono che parte da un’unica nota che è un mi e finisce poi nel nulla
Per lei l’ispirazione è una cosa che esiste tipo folgorazione o più come diceva Morricone “devi sederti la mattina e ci provi a fare qualcosa”?
Io credo che una volta un mio insegnante mi ha detto “guarda che noi non siamo come muratori” con il tutto il rispetto per i muratori. Nel senso che fai quel lavoro e sai che hai un progetto da portare avanti, noi abbiamo bisogno di tempo, ci sono giornate in cui stai lì e il foglio è bianco c’è poco da fare. Però poi diventi muratore, perché nel momento in cui, e fai quello che diceva Morricone, hai quell’idea, sai che inizi a seguire quell’idea e devi mettere passo passo un mattoncino per volta e lo fai stando seduto sulla sedia e cerchi di capire qual è la strada giusta per arrivare al dunque. Almeno per quello che riguarda me, io parto da un’idea, quell’idea che può essere a volte come in questo pezzo una nota sola. Per un’artista che questo tipo di ispirazione -folgorazione come la chiami tu- poi c’è la necessità di trovare una strada. Il blocco del compositore c’è sempre, nel momento in cui ti dicono “fammi un pezzo per- – bom! non sai da dove partire. Poi sai da dove partire, poi cambi idea, poi ricominci tutto da capo, strappi le pagine e poi ce la fai. Quello si c’è sempre e per sbloccarlo bisogna riguardare le proprie idee. Poi, per l’altra domanda. Lavorando molto con i timbri il pianoforte può essere sviante ma può servire.
Secondo lei qual è la parte più interessante di lavorare comunque con un’orchestra e se è difficile, ad esempio, entrare come direttore o musicista e se c’è un consiglio che darebbe a chi vuole entrare in questo mondo.
Allora, sono due cose diverse. Una cosa è fare il musicista e un’altra è fare il direttore. Direttore d’orchestra è un mondo terribile perché è il mondo in cui tu sei il grandissimo, tutti ti guardando e sei il direttore, in cui ce n’è uno solo; però forse quello che si è perso ultimamente e che stanno spingendo tanto la società in generale è quello della figura del direttore, ma si è perso tanto il fatto del servizio, il direttore è in servizio dell’orchestra, ed è una grande responsabilità. Comunicare quella propria idea, tenere insieme tutti e ricordarsi che è in servizio degli altri e che loro ne capiscono quasi più di lui. Poi dipende da orchestra a orchestra, in cui ci sono orchestre giovanili propedeutiche in cui il direttore è quasi un insegnante, e lì insegna all’orchestra a camminare da sola, perché l’orchestra non è uno strumento, ci sono tante teste che devono imparare a coordinarsi e stare insieme con le proprie capacità diverse. Per la mia esperienza, in orchestra ho sempre imparato e continuo ad imparare. Per un musicista entrare in un’orchestra è uno dei modi per esprimersi e suonare insieme è bellissimo, anche se fai il solista hai un’orchestra dietro, e suonare con gli altri crea sempre una magia. Come consiglio… Fate i concorsi! Suonate nelle varie orchestre anche quelle più piccole e fate i concorsi.
Qual è il suo direttore preferito dunque?
Bah, eh […] Forse Claudio Abbado. Nella rivoluzione silenziosa che ha fatto secondo me. Non penso che possa piacerti uno fra tutti, perché anche lì in alcune cose, ad esempio l’Italiana mi piace come fa, però ad esempio troppi tempi veloci, su alcune cose non concordo. Mi piace il suo Mahler, non mi piace l’Adagetto, ci sono tante cose che no però di certo è uno di quelli che ha dato un’impronta. Secondo me è quello che deve fare un direttore. Ma anche Thielemann, sul Beethoven poi, adoro.
Sempre riguardo al concerto, ci dica qualcosa su come si struttura una tipica giornata di prove.
In questo caso specifico abbiamo due prove, o meglio una giornata di prove e una giornata di prova generale di assestamento e concerto. La giornata di prove è divisa in due parti: sono tre ore più tre ore. Nelle prime tre lavori con soli archi e arpa e nelle restanti con tutto l’organico la sinfonia, quindi a blocchi in maniera schematica. Un’ora di pausa e il giorno dopo si fa un assestamento in chiesa, si capisce com’è l’acustica e poi si fa una filata e si aspetta il concerto!
Bene. Una cosa che ho sempre pensato è che la gente percepisce il mondo delle orchestre e della musica in generale come una realtà molto distante e inaccessibile. Quindi lei cosa pensa del futuro delle orchestre classiche e il motivo per cui le persone vedono questi progetti molto lontani?
Io credo che molte persone vedano molto lontano il mondo della musica colta, classica non è il termine esatto, perché non lo conoscono. Quindi nel momento in cui ho avuto esperienza di persone che si sono avvicinate alla musica, non capivano proprio niente e non si aspettavano certe cose. Poi questo tipo di musica va fruita dal vivo perché noi abbiamo un’idea della musica, purtroppo, nelle cuffiette. È diventata musica da utilizzo la canzone che dura due minuti, sogno la fidanzata perché mi ha lasciato quindi piango sull’autobus con la pioggia, e guardo fuori dal finestrino con le canzoni tristi e così. Oppure devo andare in palestra e devo sentire heavy metal per fare i muscoli… Ma noi facciamo un’opera d’arte che implica un pensiero in più, attenzione e concentrazione maggiore, però vale la pena. Il futuro non lo prevedo e non ho ancora questo dono, però non scomparirà mai. Ci può essere una crisi, è vero che siamo 8 miliardi e non piace a tutti, però non finirà mai secondo me.
Che bel pensiero, molto positivo. Fra un po’ suona e giusto che siamo in tema e nell’ora dopo c’è la sua lezione, le chiedo qual è il suo periodo di storia della musica preferito!
Tanti! Ti posso dire quelli che non mi piacciono…
Anche Leopardi diceva che è più facile dire le cose che non ci piacciono.
Penso, forse perché non l’ho approfondito, il Rinascimento. Dove le chitarre iniziano a prendere piede.
Quando avevamo successo!
Il rinascimento barocco già meglio. Quindi o quello prima, il gregoriano fino all’ Ars Antiqua o dall’Ottocento in poi. Va bene?
Sì sì.
Soddisfatta?
Certo!
O rimborsata?
Grazie mille!
Grazia a te è stato molto bello e sei molto brava!
Io? Oh, ma grazie. Quando sarò alla BBC ricorderò questo momento.
Gaia Ossimprandi
Immagini di calabriareportage.it





