Un flop oppure il film dell’anno? Il 26 aprile ho finalmente visto uno dei film più attesi: “Il diavolo veste Prada 2”, un sequel aspettato per oltre 20 anni che tratta della storia di Andrea, interpretata dall’attrice americana Anne Hathaway: il suo giornale la licenzia improvvisamente e, senza lavoro, coglie l’occasione di tornare a Runway, prestigioso magazine di moda che ha sede a New York.
Runway ha mantenuto la sua grandezza ma c’è qualcosa di diverso: infatti in Miranda Priestley, trasposizione cinematografica di Anna Wintour, storica guida di Vogue US, interpretata dall’attrice Meryl Streep, qualcosa è cambiato: è meno “feroce”, ha perso quella parte di disumanità che aveva fatto amare il personaggio a tutti gli spettatori. Non è più un personaggio che “Non alza mai, mai, mai la voce e tutti devono avvicinarsi per ascoltarla, ed è automaticamente la persona più potente della stanza” (descrizione fornita dall’attrice stessa). Nel sequel si trova ad affrontare sfide diverse inclusa la necessità di chiedere aiuto, già presente in parte nel primo, ma meno marcata, e la questione dell’avvento dell’AI. Ormai i lettori leggono sempre più raramente la rivista cartacea, preferendo scrollare le novità dal loro smartphone.

Il film parla di temi che semplicemente ai tempi del primo film, negli anni 2000, non esistevano; l’editoria era del tutto ignara di ciò che stava per attraversare: prima con la crisi della carta stampata e poi con il dominio dei social. Perciò in questo sequel il demone da affrontare non è più la glaciale Miranda, ma piuttosto la violenta metamorfosi del giornalismo e dell’informazione. Miranda da carnefice diventa vittima e allo stesso tempo capro espiatorio della caduta libera che sta avendo Runway. Infatti il film colpisce Miranda nel suo punto debole: il lavoro, cioè il suo unico motivo di vita. Si ritrova indifesa di fronte al tentativo di un ultra milionario di comprare il suo magazine per fare un favore alla moglie, Emily Charton, ex segretaria della stessa Miranda ed ex-dipendente di Runway.
La situazione si aggrava ancora di più quando muore lo storico proprietario della casata di moda che non badava ai debiti che stava accumulando. Infatti il figlio ha idee diverse: vuole fare una rivoluzione interna a partire da uno svecchiamento e da svariati tagli al personale. Però i cambiamenti non si limitano a ciò, anzi vanno ben oltre. Fin dai primi istanti della visione della nuova pellicola saltano agli occhi le numerose differenze con i colori e con la luce: l’obiettivo è la pulizia, ma il risultato è stata una forte neutralizzazione. La luce non è più protagonista della scena, ma passa quasi in secondo piano, sembra voler “circondare” i luoghi; è uniforme, morbida e senza sbavature. Scompaiono le ombre profonde e i contrasti netti; ogni elemento visivo è esposto alla luce, che risulta essere leggibile e calibrata quasi maniacalmente. “Il diavolo veste Prada 2” si allinea così a un’estetica ormai ben definita, già ribattezzato come “Netflix light”: uno stile fotografico pulito, privo di sbavature, che rinuncia sistematicamente a qualsiasi azzardo visivo. Serve a fatturare e ormai piace a tutti, ma qual è il prezzo? Si perdono tutte le ombre e tutte quelle sfumature che avevano reso iconico il primo film: perde la sua essenza. Tale concezione, di conseguenza, si riflette anche nei colori che smettono di essere un linguaggio emotivo e diventano un servizio. Questo eccesso di ordine geometrico e cromatico rende le scene fotocopie l’uno dell’altra. Visivamente non siamo di fronte a un prodotto “fatto male”, ma la totale funzionalità di ogni singola inquadratura scivola nella monotonia. E quando tutto funziona allo stesso identico modo, l’identità svanisce e tutto finisce per somigliarsi.
Quindi il ritorno di Miranda Priestley forse non ha soddisfatto le aspettative di tutti gli appassionati, ma era un ritorno necessario per mostrare le enormi difficoltà che stanno passando negli ultimi anni l’editoria e la moda. Ma parliamoci chiaro: la Miranda del primo film rimarrà per sempre iconica con quello sguardo giudicante e allo stesso tempo seducente che riesce a farti rimanere attaccato allo schermo. Però, forse, quella nuova serve per porre una lente di ingrandimento su come è cambiato il mondo in questi vent’anni.
Gian C. Bia





