Oggi nella nostra rubrica sulla scuola condividiamo una riflessione di un nostro studente:
Gentili prof,
vi scrivo nella volontà di aprire un confronto sincero quanto più possibile, dato che difficilmente credo si
possa discutere apertamente di ciò che segue.
In primis vorrei parlare del carico di lavoro e dei ritmi intensi (generalmente) percepiti dagli studenti.
Capita (purtroppo), troppe volte, che si concentrino in tempi relativamente brevi troppe verifiche e
interrogazioni che difficilmente diventano gestibili. È una dinamica che nel complesso genera moltissimo
stress.
A noi studenti viene quindi da chiederci come si possa mantenere attenzione, una parvenza di study-life
balance e motivazione, quando il percorso scolastico sembra trasformarsi in una corsa continua.
Ci si ritrova a studiare più per dovere che per interesse, più per raggiungere un certo standard che per
comprendere davvero ciò che si affronta.
Quello che ci viene spontaneo chiederci è quale sia il valore che dobbiamo dare all’apprendimento, se la
spinta principale diventa il voto e non la curiosità.
A questo si aggiunge il ruolo dei voti, alle volte usati quasi come strumento di pressione. Capita spesso
che verifiche o interrogazioni vengano percepite come un mezzo per “richiamare” gli studenti allo studio.
Funziona, ma è uno studio “per la verifica” e contribuisce a creare un clima teso, ove non si impara,
con un livello di affanno che favorisce poco una crescita serena.
E tutto questo senza dimenticare che ogni disciplina si somma alle altre, con richieste che
inevitabilmente si intrecciano e si amplificano.
Non voglio dire che si dovrebbe optare per l’abolizione totale dei voti e valutazioni, come alcuni
vorrebbero, dato che sarebbe chiaramente irrealistico e utopico (o forse no?).
Tuttavia, guardando a modelli come quello finlandese, dove la valutazione è più formativa che punitiva,
meno frequente e più orientata al percorso invece che alla prestazione immediata, mi chiedo se non si
possa adottare un approccio leggermente più equilibrato anche qui, optando per un sistema in cui lo
studente è accompagnato, non incalzato, valutato e non misurato a ogni passo.
Il secondo punto, non per importanza, di cui vorrei discutere e che molti studenti avvertono con disagio,
riguarda la crescente politicizzazione della scuola.
È legittimo che ogni docente abbia una propria posizione politica ma meno legittimo è che questa visione
diventi il filtro attraverso cui vengono proposti contenuti, esempi e giudizi, trasformando talvolta la
lezione in un discorso fazioso.
La scuola dovrebbe fornire strumenti critici, non indicare quale schieramento sia “giusto” e quale
sbagliato, soprattutto quando si è a contatto con studenti che stanno ancora formando la propria identità
politica.
La scuola non deve insegnare come e cosa pensare, ma deve insegnare a pensare. La scuola dovrebbe
essere il tempio della formazione, del confronto e dialogo, dove poter scambiare idee liberamente, senza
paura di etichette.
Uno studente qualunque






