Il cortocircuito tra banchi e cattedra: quando l’emozione nasconde la preparazione

Tra l’accusa di esibizionismo e l’ipocrisia del voto: cosa significa davvero essere apprezzati a scuola oggi?

 

C’è un fantasma che si aggira tra i banchi di scuola, un paradosso silenzioso che sta mandando in crisi molti studenti;  il paradosso dell’impegno “sbagliato”.

Immaginate la scena: siete lì davanti, dopo un pomeriggio intenso sui libri, con quel mix di ansia e desiderio legittimo di mostrare che avete fatto il vostro dovere. Iniziate a parlare, forse con un ritmo un po’ incalzante dettato dall’emozione, quando venite fermati. L’insegnante frena il vostro slancio, facendovi notare che state correndo troppo e che l’obiettivo non è “dimostrare” di aver studiato e di saper ripetere le cose a “pappardella” dal libro. Una frase che, per quanto magari detta con intenti correttivi, suona paradossale e lascia spiazzati, quasi come se l’impegno profuso fosse improvvisamente passato in secondo piano.

 

In quel momento, il patto educativo sembra spezzarsi. Perché se uno studente non deve studiare, cosa deve fare? Se il nostro “lavoro” non è prepararci, qual è?

 

Viviamo in un sistema scolastico bipolare. Da una parte ci viene detto che siamo svogliati, che non ci impegniamo abbastanza, che siamo superficiali. Dall’altra, se arriviamo preparati e desiderosi di rispondere, veniamo etichettati come “precipitosi”, “troppo entusiasti”, o peggio, “esibizionisti del voto”.

Sembra che non esista una via di mezzo accettabile. Se non studi, sei un problema. Se studi e ci tieni a farlo vedere, sei un problema lo stesso, perché “lo fai solo per il voto”.

È una situazione in cui non si vince mai: se proviamo a rispondere a una critica ingiusta passiamo per maleducati; se ci rimaniamo male e ci chiudiamo nel silenzio, siamo immaturi o fragili. Ma la verità è che siamo semplicemente confusi.

La frase “Non lo devi fare per il voto” è forse la più grande bugia bianca della scuola italiana. È vero, idealmente si dovrebbe studiare per la cultura, per il piacere di sapere, per crescere come persone. Nessuno studente è così cinico da non capirlo. Ma siamo realisti: finché il sistema scolastico si regge sui numeri, finché il 6 è la soglia tra la tranquillità e l’estate rovinata, finché le pagelle sono l’unico metro di giudizio che le famiglie ricevono, il voto conta.

Dire a un ragazzo “non pensare al voto” e “ tranquillo che non ti qualifica come persona”, mentre lo si valuta costantemente con dei numeri è un controsenso psicologico.  È come dire a un atleta di correre i 100 metri senza guardare il cronometro, perché “l’importante è correre bene”. Sì, ma se arrivo ultimo vengo squalificato. 

D’altronde quando vengono proposte borse di studio, viaggi studio o tirocini, la selezione degli studenti avviene quasi sempre sulla base della media scolastica: un criterio numerico che finisce per prevalere su una valutazione più ampia delle qualità e delle competenze individuali.

 

Forse il nodo centrale sta nella distinzione tra l’aver studiato inteso come impegno personale e domestico e il saper dimostrare ciò che si sa, cioè la performance in classe. I professori tendono a cercare competenza, capacità di ragionamento e padronanza emotiva. Gli studenti, invece, spesso portano con sé soprattutto la fatica fatta, le ore di studio, la memoria delle nozioni.

Quando un docente dice “non mi interessa che tu abbia studiato” oppure “lo stai esponendo con troppa energia”, probabilmente intende sottolineare che non è richiesta una semplice elencazione di contenuti, né un coinvolgimento emotivo eccessivo. Tuttavia, per chi ha investito molto tempo e impegno nello studio, queste parole possono essere percepite come una svalutazione del percorso fatto, più che come un’indicazione sul modo di esprimere le proprie competenze.

 

Sentirsi dire di essere “troppo agitati”, o addirittura “precipitosi” quando si ha solo l’ansia di mostrare il proprio lavoro fa male. Trasforma la buona volontà in un difetto. E il rischio è enorme: che la prossima volta, quello studente, per paura di sembrare “esibizionista”, decida di non alzare la mano, di spegnersi, di fare il minimo indispensabile… tanto lo si fa per cultura personale, e non importa se in classe partecipo, basta solo aver capito, no?. 

Non chiediamo voti regalati. Chiediamo chiarezza. Chiediamo che l’impegno, anche quando è imperfetto, anche quando è ansioso o “precipitoso”, venga riconosciuto come un valore e non come una colpa. Siamo studenti, non monaci zen distaccati dal risultato. Se studiamo, è perché ci teniamo. E se ci teniamo, è perché speriamo che qualcuno, dall’altra parte della cattedra, se ne accorga e ci dica, semplicemente: “Ho visto che ti sei impegnato”.

Pulci Maria Ausilia 2F 

  • tags

Può interessarti...