Terminata la premiazione, una domanda mi è rimasta a galla nel silenzio: perché scrivere ancora poesie, oggi?
Migliaia di poeti hanno già detto quasi tutto. Ogni emozione ha già vibrato su una pagina. Tagore, alla fine dell’Ottocento, aveva già trovato le parole per ciò che provo io oggi, tanto da farmi chiedere se per caso non mi conoscesse davvero. Anche io, davanti all’incanto, ho pensato: “quando me ne andrò di qui, chiamerò insuperabile ciò che ho visto”.
Quindi, se tutto è già stato detto, perché insistere?
Otto miliardi di universi
Siamo otto miliardi sulla terra. Ognuno è un universo interiore fatto di temporali, frane e raggi di sole, nuvole e vento. Eppure, esistono delle costanti che ci attraversano tutti. Sono proprietà invarianti costruite con memorie d’infanzia, album di foto e film del cuore.
Sembra quasi impossibile toccarsi davvero, nonostante la fondamentale somiglianza che ci unisce. Siamo umani: pensiamo sempre che l’altro non ci potrà mai capire. Salvo poi leggerci in una rima e sentirci finalmente a casa. Scopriamo allora che le stelle, proprio perché lontane, “annullano le distanze del mondo”; comprendiamo che siamo in tanti a voler essere “una gialla velatura gonfia verso un paese senza nome”.
La penna che trema
Un ragazzo o una ragazza che scrive, oggi, è un inno alla resistenza. È un atto di coraggio. Quel mettersi in gioco con le mani che tremano vale più di cento versi perfetti di Montale (che, lo ammetto, forse non ho mai capito fino in fondo).
Mi immagino il foglio stropicciato, le cancellature. Il tasto “annulla” cliccato tante volte, nel dubbio, alla ricerca di quella risonanza perfetta fra il sentire e le parole.
Ma dietro ogni verso — da Dante a Cavalcanti, dalle bufere di Foscolo all’epopea di Ulisse — io immagino sempre una penna che trema nella mano di una persona vera. Qualcuno che si apre alla condivisione per mettere ordine nel caos; qualcuno che, per un istante, smette di avere paura del giudizio e getta una passerella sopra l’abisso che lo separa dall’altro.
Il fascino delle orchidee spontanee
Mi sento fortunata, quasi benedetta, per la commozione che ho provato a scuola. È stato un privilegio essere toccata da qualcuno così distante da me.
A chi ha partecipato e a chi scrive nell’ombra, vorrei dire: continuate a farlo. Non per aggiungere un altro libro al rumore del mondo, ma per dare una testimonianza viva di voi stessi. Non abbiate paura dell’imperfezione.
Su quei divanetti azzurri, nell’atrio della scuola, non c’era la perfezione. C’era il coraggio di chi ci ha provato, un gesto che rappresenta anche tutti quelli che non hanno vinto, ma che hanno partecipato con lo stesso batticuore.
Esistono orchidee spontanee che non hanno la bellezza appariscente dei fiori da vetrina, quelli che cercano l’effetto “wow”. Sono piccole, nascoste, per pochi occhi. A volte si rischia di pestarle, di passare senza vederle. Eppure, sono assolutamente fantastiche.
Perciò, non fermatevi. Scrivete.
Silvia Monica
Le citazioni sono da Rabindranath Tagore, Sergej Esenin e Pedro Salinas.






