Più aule meno bombe

Venerdì 16 ottobre, diversi studenti hanno riempito le piazze di grandi città d’Italia per il “No Meloni Day”, chiedendo riforme riguardanti l’istruzione pubblica. Con lo slogan “Più aule e meno bombe”, l’obiettivo della manifestazione era quello di contestare la mancanza di sicurezza all’interno degli istituti e la carenza di fondi per la loro manutenzione, chiedendo di reindirizzare i fondi governativi all’istruzione e opponendosi al riarmo e agli investimenti legati alla guerra. Altre contestazioni mosse dalle associazioni studentesche riguardano la proposta di limitare la percentuale di stranieri nelle classi, il caro-affitti e il carovita che impediscono ad alcuni studenti l’accesso a determinati percorsi scolastici quale quello universitario.

In reazione a queste proteste, negli ultimi giorni un gruppo di studenti di alcune scuole superiori di Parma hanno organizzato via chat una manifestazione violenta nella città per il giorno di sabato 17 ottobre. Tali minacce di disordini hanno allarmato migliaia di studenti e le forze dell’ordine, le quali hanno immediatamente rintracciato e convocato in questura gli amministratori del gruppo WhatsApp, portandoli ad annullare il corteo. 

Ma possiamo veramente collegare questo tentativo di manifestazione violenta ai problemi denunciati dalla manifestazione del 16 ottobre? 

Gli studenti sono stanchi di vedere un governo che ignora le problematiche che le scuole italiane hanno ma che “non si possono risolvere”. Quello che tutti ci stiamo chiedendo è: dove finiscono i soldi che potrebbero essere investiti per il nostro studio?

Per noi ragazzi lo studio non deve essere considerato un privilegio: tutti gli anni le famiglie devono spendere centinaia e centinaia di euro per mandare a scuola i propri figli e nel mentre gli stipendi non bastano per arrivare a fine mese. Altri istituti cadono a pezzi, non assicurano un ambiente salubre ai ragazzi: vengono chiesti fondi per rimettere in sesto le scuole, ma dopo anni si è di nuovo al punto di partenza. 
Martedì 13 ottobre la Commissione europea ha approvato il piano dell’Italia per avere un finanziamento di 8 miliardi di euro che rientrano nel progetto Safe (Security Action for Europe), il quale si occupa di accelerare la produzione di armi per l’Europa. Questo “investimento”, se così si può chiamare, sarà poi da restituire totalmente e con interessi non ancora stabiliti. Queste grandi spese italiane, che ci riguarderanno da ora fino all’estinzione del debito, andranno ad avere delle conseguenze anche sugli investimenti nelle scuole, nella sanità e in tutto ciò che riguarda l’amministrazione pubblica.

Queste sono le scelte che hanno fomentato la rabbia degli studenti, che li hanno spinti a scendere in piazza e a protestare con lo slogan: “Soldi alla scuola, non alla guerra”.Ciò che spinge i ragazzi a far sentire la propria voce sono le promesse non mantenute, un futuro incerto e la colpevolezza di essere complici di un genocidio mondiale. Martin Luther King disse: “Una rivolta è in fondo il linguaggio di chi non viene ascoltato.”

Ma c’è una cosa che fa crollare tutti questi ideali: l’uso della violenza. Certo, nel momento in cui entrano in gioco il vandalismo, l’aggressività, l’odio, le armi e spesso anche la violenza di genere, la protesta diventa sommossa e va a perdere il suo nobile diritto. Ciò che vogliamo trasmettere, noi giovani, è il nostro malcontento, non portare distruzione in una nazione che piano piano ci sta già distruggendo.

Giorgia Ceglia, Chiara Boschi 5E

 

 

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