Intervista a Pietro Locatto: viva Bach!

La nostra serie di interviste al Borguitar Festival- convegno di chitarra internazionale che si tiene sugli appennini della provincia parmense in luglio- continua con Pietro Locatto. Chitarrista piemontese con uno spiccato interesse per la musica da camera, per lui suonare è una questione di famiglia. Adora i compositori spagnoli, ma guai a chi prova a rinchiuderlo in un repertorio: Locatto non si definisce ed è pieno di sorprese! In questa intervista, ci farà capire l’importanza dell’ascolto, un concetto applicabile non solo alla chitarra e che è da preservare in un’era in cui ciò che conta è più il risultato che il processo di apprendimento. Ha davvero una passione per l’insegnamento, e i brani che di cui oggi ci parlerà sono comprensibili a tutti. Insomma, bando alle ciance e allo snobismo: la chitarra è uno strumento meraviglioso e bisogna lasciarsi cullare dalla sua musica. E comunque, viva Bach! 

Allora, intanto, grazie mille per averci concesso del tempo. Comincerei partendo da basi familiari, diciamo. È figlio d’arte, suo padre è un liutaio.

Determinante, questo.

Eh, direi! Che emozioni le genera suonare proprio le chitarre di suo padre, e perché non ha deciso anche lei di fare il liutaio?

La mia vita è lunga, quindi, non è detto che non lo farò.

Esatto.

Questa è la prima risposta. Anzi, mi interessa, devo solo trovare il tempo, nel senso che purtroppo… […] Mah, questa è una tematica molto personale, come dire… lunga, nel senso che io, ovviamente, suono la chitarra, perché sono in una famiglia di musicisti. Anzitutto c’è mio papà che ovviamente lo conoscete come liutaio, ma lui era un chitarrista prima; mia madre pianista. Mi fratello più grande, violinista, quindi mi sono detto: “boh suono anche io”. Mi sembrava normale. E, a dire la verità, all’inizio, quando ero piccolo, mi avevo fatto regalare un sassofono giocattolo, e poi volevo imitare mio fratello al violino, cose così; ma sto parlando dei miei 3-4 anni di vita. Poi, a 7, invece, quando mi hanno proprio chiesto: “ma tu cosa vuoi studiare seriamente?” ho risposto che volevo suonare le chitarre che faceva mio papà. Ma l’ho scelto proprio così, anche perché si era rotto il sassofono giocattolo, e c’era una chitarra giocattolo. Tra l’altro è l’unica non-Locatto che ho suonati in tutta la mia vita. E quindi, all’inizio che effetto mi ha fatto, meno di adesso, nel senso che era, per me, molto naturale, suonare gli strumenti di mio padre. Ne ha fatta una per me, anzi mi ha fatto fare qualche lavoretto basilare che poteva fare un bambino. Prima suonavo su questa chitarrina giocattolo ridicola e poi a nove anni mi è arrivata una chitarra più grande, comunque diapason 63, abete-cipresso modello Torres. Una roba già seria! E poi io studiavo nel laboratorio da mio padre, quindi era un tutt’uno.

Una cosa molto naturale.

Sì, era tutto naturale. Adesso mi rendo conto di più del valore di quello che ho avuto. Allora mi emoziono di più, nel senso che prima ero inconsapevole, adesso sono consapevole di aver ricevuto tanto. E poi, sul discorso se farò mai il liutaio… se mi dessero 36 ore al giorno lo farei volentieri!

Allunghiamo la giornata. Quindi, sì, ha detto che è stato sempre molto naturale anche avvicinarsi alla musica, a suonare; ma c’è stata un’esperienza, un momento in cui ha fatto un salto nel modo di percepirla o ritiene che sia dato più che altro dall’eredità che ha ricevuto da Stefano Grondone?

È quello. Quando ho incontrato lui è cambiato tutto, nel senso che ero piccolo comunque. Prima lo facevo volentieri, in una scuola vicino a casa mia, avevo un ottimo insegnante che è Mario Cosco e mi ha avviato bene tra i sette e gli undici anni.  E poi sai Grondona era un amico di lunga data di mio padre, c’era una stima reciproca fin da ragazzi. Quindi quando mio padre ha saputo che c’era la possibilità di fare delle lezioni con Grondone mi ha chiesto se invece andare nella scuoletta avrei preferito incontrare questa persona.  Quindi io lì, a undici anni, in maniera totalmente inconsapevole, ho detto che volevo farlo. Però devo dire che quando ho incontrato lui è cambiato tutto: è lui che mi ha fatto scattare la scintilla e mi ha fatto sentire la musica come la sento adesso. Anche di voler diventare un chitarrista, cosa che prima non avevo; cioè per me era un gioco, l’ho fatto solo perché mio fratello lo faceva. Poi sono diventato un nomade, perché per andare da Grondone andavo fino a Brescia, poi andavo fino a Vicenza… diventava qualcosa di veramente mio e speciale. Diceva le cose con un’intensità. 

Ha personalizzato in qualche modo quello che le ha trasmesso il maestro?

Beh, penso sia inevitabile nel senso che io non sono lui, e lui non è me. Io ho studiato con lui fino al diploma, quindi dagli 11 anni 17. Dopo il diploma ho avuto altri maestri e a posteriori certe cose che mi ha detto lui le ho capito dopo, anche per contrasto. Perché poi quello che mi diceva lui mi restava sempre molto impresso.

Ce ne può fare un esempio?

Beh, all’inizio è molto semplice. All’inizio quando sei ragazzo lui ti fa le versioni bellissime e tu cerchi di imitarlo. E invece le cose che mi aveva detto magari prima le copiavo, poi le ho interiorizzate e sono diventate mie. Grondone è molto bravo a tirarti fuori una certa sensibilità ecco. 

Riesce a darti una voce.

Esatto. Chiaro, cerchiamo di imitare chi ci piace, e invece devi fare il saltino in più. e lì lo fai con i mezzi che hai tu; quindi, c’è chi ci arriva a un livello o un altro. Lui per me sarà sempre il mio maestro. Però poi, ovviamente, ho parato a muovermi sulle mie gambe,

Secondo lei è questo il salto mentale da fare da studente a professionista, cioè non imitare più le persone attorno a te trovare una tua voce o c’è qualcosa? [non riesco a terminare la domanda NdR]

Anche qui in maniera naturale c’è una fase imitativa e per qualunque ambito è così. Il ragazzino che imita Cristiano Ronaldo, alla fine è perché sogna di giocare così. Poi alla fine capirà cosa ha valore davvero.

Che non è essere come lui.

Esatto, certo. È innanzitutto rispettare la musica, nel nostro caso. Quindi andare a fondo, non in un’imitazione e basta, ma nelle ragioni che hanno portato lui ad avere quelle scelte, quindi andare a fondo sullo studio della musica. Poi queste cose arrivano in maniera graduale. Nel mio caso, che ho iniziato molto da bambino, allora tutto è arrivato un po’ prima; magari uno che inizia dopo, le avrà dopo. Poi il passaggio, appunto, da professionista, viene senza che te ne accorgi. Perché fai tutte quelle cose e a furia di farla un giorno ti accorgi che è cambiato qualcosa. 

Sì, bello, bello. E al tempo in cui studiava con Grondone – questa è una curiosità personale – quali erano dei brani oppure autori che le piaceva studiare con lui?

Bah io con lui ho fatto tanto… Stai rinvangando nel passato! Aspetta, fammi pensare. Beh all’epoca il mio sogno era fare La Maja de Goya; a quattordici anni mi aveva messo nelle mostre di liuteria a suonarla. Ma con lui ho studiato tante di quelle cose! E mi piaceva fare quello che faceva uscire nei suoi dischi quegli anni. Tipo volevo fare Froberger, ma quella musica poi l’ho studiata bene dieci anni dopo da solo.

 Con un altro tipo di consapevolezza.

 Sì, con un’altra maturità, spero, mia. Poi, certo, che non siano dieci anni in cui tu non cambi! Però, certo, in quegli anni mi piaceva tanto fare quello che le sentivo nei suoi dischi. E poi, in realtà, facevo i miei programmi di conservatorio, quindi ho fatto l’Omaggio a Boccherini, la Rossiniana, gli Studi di Villa Lobos, di Sor… Facevo quello che era da programma. Mi piaceva andare a pescare le cose nei suoi dischi, come la Mazurca Appassionata, che suono stasera per altre cose.

Invece, a proposito del suo repertorio di adesso, cosa la affascina del periodo spagnolo del primo Novecento, il periodo di Mompou, di Torroba…?

Tante cose. Mi fa sempre impressione che dicano questa frase, “il suo repertorio”. Non lo so qual è il mio, nel senso che mi piacciono tante cose. Vorrei farle tutte, è chiaro che, nel tempo -dai 27 anni in poi- ho delineato un po’ più una mia, se vogliamo, personalità. Quindi mi mettono un’getichetta addosso, e ce l’ho ma anche no perché a me interessa la musica per chitarra e cerco di indagarla tutta. Come se ti dessero una libreria e ti chiedono: “dimmi qual è il tuo libro preferito”. E tu cominci a leggerne uno, poi un altro, e ogni cosa che fai ti lascia un segno, no? Quindi alla fine ovvio che l’ho studiato bene Torroba. Ho fatto il disco, quindi sono entrato in quel mondo lì. Poi c’è stato il secondo disco su Mompou, Asencio, Llobet; ho pescato un po’ delle cose vecchie, ma anche delle cose nuove insieme. Adesso, nel mondo della chitarra spagnola mi piace praticamente tutto, sia del repertorio Segoviano sia quello dimenticato. Tipo, sonate meno conosciute mi piacciono tantissimo. 

È chiaro che quando poi organizzo dei programmi da concerto cerco sempre di dare una coerenza, un titolo, un tema; quindi, magari ci si focalizza su un’area. Poi, il tempo, sempre quelle 36 ore che ti dicevo prima, magari a casa mia se potessi studierei altro. Mi piace molto il repertorio legato a Segovia, quindi il Novecento storico; Castelnuovo Tedesco è un altro dei miei grandi idoli, l’ho sempre studiato e suonato volentieri, anche ai concorsi. 

Se dovesse consigliare un autore a una persona che non conosce questo periodo ma non conosce nemmeno la chitarra in sé, quale sceglierebbe? Per dire, questa intervista l’abbiamo pensata per il magazine della scuola in cui non c’è solo il liceo musicale ma tanti altri indirizzi. 

Certo, certo. Bel tema. La risposta calza a pennello con quello che sto vivendo: dipende qual è l’obiettivo. Cioè se io devo scegliere degli autori per uno che non ne sa nulla ti direi compositori che hanno una bellezza immediata: Barrios, che sto vivendo adesso perché ho fatto l’ultimo disco su di lui, è un autore non ha scritto un brano non comunicativo per chiunque, oppure Villa Lobos, i preludi quanto sono poetici nella loro semplicità? Loro funzionano molto bene. Al tempo stesso non direi di ascoltare brani come le Variazioni attraverso i secoli di Castelnuovo Tedesco perché sono pezzi a un livello più difficile di ascolto. Paradossalmente, il buon vecchio Segovia aveva ragione: lui si faceva scrivere la musica che potesse percepibile da tutti, con un’identità “popolare”. La musica di Torroba che suonava Segovia negli anni ’30 funziona, è immediata, solare, cantabile. Piace molto l’immagine che delinea subito. Se mi metto dire faccio i pezzi di Krenek, è difficile che riesca a essere convincente su quello. Sono livelli diversi di musica ma anche di ascolto, secondo me.

Lei invece come incanala l’emozione mentre suona? A questo punto della vita per lei è difficile scindere la sua persona nella sfera privata rispetto all’esecutore?

Direi per fortuna sì. Perché se sei triste e devi suonare una roba felice devi saper distinguere le emozioni. Eh, incredibile. Domanda interessante. Ma io intanto cerco di essere coinvolto.

Bel termine.

Si, cerco di essere coinvolto, e ti dico, cerco di dominare e controllare tecnicamente le cose, perché se tu ti fai prendere solo dall’emozione diventi un cavallo pazzo. Invece, bisogna saper dosare le cose perché suonare non è altro che raccontare ad altri; come se uno parlasse davanti a tante persone allora comincia a scandire bene le parole, le pause, i punti chiavi. Lì, uno vive l’emozione ma a raccontarla. Il tuo aspetto emotivo personale l’ho educato a stare in questa dimensione: autoascolto e proposta. Vuol dire che io mi sto emozionando, ma sono anche ascoltatore di me stesso. Magari da ragazzino ero più un cavallo pazzo e lo gestivo meno e buttavo tutta l’energia che avevo come in una trans. E poi non sapevo nemmeno gestire la tensione perché avevo le mani tremanti, la fretta di finire… Nel tempo ho imparato a diventare ascoltatore insieme al pubblico di quello che musicalmente stava accadendo, e quella è la sfida ogni volta che salgo sul palco. Poi, l’aspetto personale ci può essere. L’altro ieri ho suonato un pezzo che mi ricordava un mio amico e ci ho pensato mentre suonavo, ma non lo sapeva nessuno. 

Interessante, perché a volte viene raccontata un’idea di espressività oppure i non-musicisti associano un’esecuzione bella o sentita con una persona che è visibilmente molto espressiva, che si muove, e magari una persona è più contenuta ma l’esecuzione è bella comunque.

Certo, Michelangeli era una statua però se ascolti le sue registrazioni sono bellissime. Ma lì è evidente il confine sottile tra… Ma è ovvio che se sto dicendo una cosa drammatica e io sto sorridendo c’è qualcosa che non va, però è anche vero il contrario: la mia faccia e i miei movimenti non sono oggetto d’ascolto, sennò non è musica. La musica è l’ascolto. Io potrei essere al buio ma devo saper emozionare. Nei dischi mica vedi quello che suono. Anzi, a volte un’esagerata mimica può dar fastidio.

Si, si, sono d’accordo. Questa è una delle cose che dice più spesso ai suoi studenti o ci sono altre lezioni che cerca di impartire?

Io cerco-mi accorgo costantemente- di insegnare a reagire emotivamente ai suoni. Mi accorgo che troppo spesso la chitarra è un oggetto meccanico perché è complicato, e già solo fare un suono pulito diventa il 100% della propria concentrazione, quando in realtà i suoni che noi produciamo sono limitazioni di qualcosa che è già vocalmente dentro di noi. Se noi non abbiamo questa capacità di confrontare i suoni che stiamo facendo con l’ideale che abbiamo dentro di noi non ci accorgiamo che quasi sempre sbagliamo: l’intensità, la potenza espressiva di intervalli che hanno per loro natura un significato espressivo e sono la legge dei suoni. Cerco tanto di stimolare questo tipo di espressività, come guida devo aiutarli a scoprire come funziona un pezzo, e indagarlo insieme a loro.

Tra altre opere e collaborazioni che ha fatto nella sua vita, com’è nata la collaborazione con il Regio di Torino e anche a Londra da insegnante?

Allora, qui vedo avete preso cose da curriculum anche vecchie… Torino semplicemente è la mia città, hanno fatto un’audizione al Teatro Regio e l’ho vinta, è andata bene! Non sono le mie collaborazioni principali. Quella di Londra probabilmente citi quella scuola che adesso non c’è più; quindi, non ho più fatto niente là. Le mie collaborazioni sono tante e direi più in musica da camera, ad esempio il mio Duo Evocaciones con Martina Biondi, con Gianmarco Giampa, Eugenio della Chiara e adesso deve uscire un’altra roba… Insomma, quelli sono incontri che fai nella vita, con persone che stimi e decidi di costruire un progetto. Sono cose belle del nostro vivere la musica perché non sei sempre da solo a farla, ma con amici e persone che ti arricchiscono. Ti fa crescere avere altri che portano nuove idee nel tuo modo di suonare.

Qual è un bel repertorio da suonare in musica da camera secondo lei?

Be’, quello che faccio a me piace! Quello che sto facendo con Martina lo portiamo dappertutto e piace a tutti e funziona. Anche se, ti dico la verità, all’inizio suonare con il violoncello mi aveva messo un po’ in crisi perché è un’astronave, cioè rispetto a noi trovare un equilibrio non è facile, però si trova arrangiando bene le cose eccetera.

È vero che la chitarra deve essere uno strumento solista o ha effettivamente tante potenzialità per suonare insieme?

Pensa che Castelnuovo Tedesco diceva che il futuro della chitarra è in musica da camera! Aveva ragione in un certo senso. Purtroppo, soprattutto oggi, mi rendo conto la chitarra è qualcosa di veramente speciale, per orecchie attente in un mondo che invece va veramente veloce e vuole cose molto più evidenti. La chitarra per sua natura è perfetta per accompagnare. È uno strumento naturalmente armonico, con un colore e un sapore molto definito; quindi, è speciale e nella musica da camera va alla grande secondo me. Poi, magari manca il repertorio; no, non è che manca, ce n’è ma trovarlo adatto è difficile ed è un lavoro della formazione. Per esempio, il mio duo con Martina ha solo opere non originali perché quelle per chitarra e violoncello non ci hanno mai interessato più di tanto. Quindi abbiamo la musica impressionista spagnola resa più lirica dal suono del violoncello. Ho altri progetti in cui ci muoviamo da Bach a Ravel.

Parlando proprio di questo, tra le trascrizioni di Bach qual è il suo brano preferito e che cosa apprezza di più del compositore?

Bach è Dio! Non c’è niente da fare. L’ho scoperto più tardi…

Davvero?

Si, da ragazzino il mio Dio era Chopin. Dopo ho scoperto che Bach è Dio e lo era anche per Chopin, infatti. Non esiste il pezzo più bello… Forse la Ciaccona, sembra banale ma è di una portata smisurata. La suono da 17 anni mi sembra sempre nuova. Mi emoziono tantissimo ogni volta e ogni nota ha un peso ed è un qualcosa di eterno come la Divina Commedia. Bach è sopra tutti.

Bene, Bach è per tutti, ricordatevelo voi che leggete!

Esatto! Grazie!

 

Gaia Ossimprandi 2M

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