Durante il Borguitar Festival -festival di chitarra internazionale che si tiene sugli appennini della provincia parmense in luglio- ho incontrato diversi personaggi importanti della scena musicale italiana ed estera. Tra chitarristi, liutai ed insegnanti, una cosa mi interessava: quanto queste figure si impegnano nella divulgazione del repertorio e dello strumento? Si, perché è facile emozionarsi davanti a un brano di Giuliani, se l’ascoltatore è un ragazzo che suona da dieci anni. Ed è semplicissimo notare la differenza tra una chitarra in cedro e una in abete, se i tuoi genitori sono liutai. Ho capito, con il tempo, che la chitarra ha una nicchia molto più ristretta di quella degli altri strumenti classici, e non tutti i professionisti del settore si impegnano per rendere più accessibile questo mondo da chi lo guarda da fuori, perché è più comodo vivere la musica con chi ha già gli strumenti.
La musica, però, ha il potere di essere un ponte fra le persone, e chi ne ha più bisogno sono proprio coloro che non studiano uno strumento. I musicisti hanno il privilegio -il dovere, anzi- di comunicare con la gente, ed è per questo che ho intervistato figure diverse tra loro per professione e carattere per capire come loro si spendono per far conoscere la chitarra al resto del mondo.
La nostra prima intervista è con Nicola Montella, concertista e insegnante con alle sue spalle collaborazioni prestigiose e una saggezza che tradisce i suoi anni. Starà a voi giudicare la sua dedizione nel rendere la chitarra più comprensibile al pubblico. Per il carisma assicuro io: 10/10!
Grazie mille, intanto, è un piacere.
Il piacere è mio!
No, di sicuro più per me che per lei. Allora, la prima cosa che vorrei chiederle in quanto noi studenti, e probabilmente anche le persone che leggeranno questo articolo è questo: qual è l’insegnamento più prezioso che ha ricevuto da Aniello Desiderio, in quanto suo allievo?
Vabbè, ce ne sono migliaia degli insegnamenti che mi ha dato Aniello. Non so se c’è un insegnamento specifico che lui mi abbia dato. Sicuramente il fatto che lui sia un concertista così noto, che insomma, suoni talmente tanti concerti dappertutto, questo penso, l’ho assorbito. Intendo la capacità di stare sul palco, insomma i trucchetti anche per quando uno è più nervoso.
Se lei invece dovesse dare un insegnamento a una persona giovane che magari sta cominciando a suonare, quale sarebbe?
Un insegnamento di che tipo, cioè su che aspetto?
Mah, su base musicale, anche personalmente. Cioè lei ha capito questa cosa dal suo maestro, ma lei invece da maestro, che cosa dice?
Non voglio fare il vecchio saggio, però i tempi sono molto cambiati rispetto a quando io avevo i miei insegnamenti. Io l’insegnamento che darei adesso e che do ai ragazzi è quello di essere quanto più aperti possibili alle formazioni cameristiche, e riuscire ad aprire più, sbocchi possibili con la musica. Cioè non focalizzarsi solo sul percorso necessariamente solistico, che è fondamentale con i concorsi, le masterclass e i concerti, però aprire sempre degli sbocchi paralleli, perché è un mondo adesso complicato quello del lavoro per un musicista. Direi di fare quante più esperienze, di prendere quante più informazioni possibili su tutti i settori; di non essere, come dire, solo sul ranno solistico.
Che bello, infatti a proposito sempre di gruppi e di collaborazioni. Se ci vuole dire qualche parola sulla collaborazione che ha avuto con la London Symphony, com’è nata.
Quella è stata una bellissima esperienza, e, per altro, il cd dovrebbe uscire il gennaio prossimo. Niente, è nata perché un compositore napoletano vinse un premio di composizione e il premio consisteva nel registrare questo suo concerto per chitarra e orchestra con la London Symphony, negli Angel Studios di Londra. E lui mi contattò per suonare per poter fare il solista con l’orchestra e io accettai ovviamente subito, nonostante all’epoca fossi ancora giovane ed era un concerto contemporaneo veramente non semplice da suonare. E da quel momento c’è stata una risposta molto bella, sia da parte nostra che da parte proprio dell’orchestra e dei manager, e quindi decidemmo di continuare le registrazioni. Registrai anche il Castelnuovo Tedesco, il concerto in re maggiore op. 99 n.1. Quindi abbiamo fatto questa doppia esperienza, e adesso siamo in contatto con loro e con una casa discografica inglese che ci produrrà il cd.
C’è qualche aneddoto, magari divertente, riguardo a questa esperienza?
Il concerto per chitarra e orchestra di Mariska, che è il compositore che ti citavo prima, inizia con una scala molto complicata. Inizia la chitarra da solista sul battere e quando finisce la scala entra l’orchestra. Quella scala l’ho sognata non so quante notti! Il mio incubo era andare lì, fare la scala e sbagliarla e quindi voglio dire iniziare bene la registrazione. Poi tutto ciò era, insomma, stato fatto in due ore, due ore e mezzo. Quindi la registrazione aveva anche tempi molto serrati, è stata bella però anche molto stressante.
Qual è la sezione più simpatica in orchestra?
No, non ce ne stanno. Mi ricordo, le violiniste mi stanno molto simpatiche (ridendo).
Sì, certo. Bene, in che modo tutte le sue esperienze influiscono nel modo in cui lei insegna?
Tantissimo. Tantissimo perché quando sono stato alunno mi sono mancate diverse cose pratiche. Cioè mi ricordo che ho girato un po’ tanti insegnanti, tante scuole, e si parlava sempre molto bene di compositori, di diteggiature, di musica, in senso teorico, che è una cosa che mi ha arricchito ovvio. Però mi ricordo sempre di avere avuto pochi indirizzi pratici. Ecco perché poi ho rivalutato quello che ha fatto Aniello: una delle cose che mi è rimasta di più è proprio stare sul palco come diceva lui. Perché poi è la cosa più importante quando bisogna montare un pezzo. Quello che io penso quando insegno è di rendere comodi i ragazzi nell’esecuzione del pezzo. Quindi questa secondo me è una delle cose più importanti; perché si può parlare di tutti gli argomenti possibili immaginabili, però quando uno si trova poi a dover suonare in pubblico in situazione di stress, deve avere, come dire, degli appigli.
Quindi per lei la cosa che manca, a tanti bravi chitarristi e musicisti in generale, è il non saper gestire lo stare sul palco?
No, io parlo dei ragazzi quando insegno. Certo, ce ne sono tantissimi, di insegnamenti; però quando faccio le masterclass, una delle domande che mi fanno più spesso è proprio questa: come gestire il palco, come prepararsi? Purtroppo, non ci sono delle leggi universali, nessuno ha la ricetta, perché altrimenti l’avrebbe scritta e sarebbe quella; cioè ci sono tante componenti personali che vanno a “personalizzare” la faccenda. Quindi mi piace anche entrare in contatto proprio con le persone per cercare di capire come aiutarle da questo punto di vista. Perché io lo faccio pure a me stesso.
Prima diceva: “quando io ero alunno”. Ritornando al tempo quando studiava, quali erano delle opere che adorava studiare, quali invece non vedeva l’ora più archiviare?
E anche questa è una domanda, è un po’, diciamo, suscettibile a modifiche perché ho attraversato vari periodi. Un periodo in cui per esempio la musica contemporanea non la sopportavo in nessun modo, e per musica contemporanea parlo proprio dal 1950. Poi c’è stato un altro periodo in cui mi sono avvicinato proprio tramite la sonata di Ginastera, che mi diede Aniello, ora che ci penso. All’inizio l’ho presa un po’ male; mi disse: “guarda, questo è un brano per te, è un brano che ti sta bene, ti faccio vedere che ti troverai bene…” Imparando quel linguaggio è come se si fosse poi sbloccato qualcosa, e per un periodo ho iniziato ad attraversare la musica contemporanea. Poi c’è stato più il barocco, ho iniziato Scarlatti a morire, e ci sono varie fasi sì. Sicuramente da giovane la musica contemporanea non la preferivo.
Sempre quando stava studiando, comunque nei primi tempi in cui suonava, quali erano dei chitarristi da cui lei prendeva ispirazione?
Vabbè, quando io ero proprio piccolo, agli inizi, quindi parlo proprio dei miei cinque, otto, dieci anni, e vabbè c’erano John Williams e Julian Bream. In assoluto. Erano loro con i CD, per voi adesso i CD già sono una cosa… io compravo i loro CD. Più di Julian Bream che John Williams, ma anche in duo, insomma, mi avvicinavo molto.
Quando era cominciato il suo desiderio di diventare proprio concertista, chitarrista solista, o aveva magari anche altre idee per… [Non riesco a terminare la domanda NdR]
Concertista.
Invece, parlando sempre, parlavamo prima di musica da camera, altri progetti.
Sì.
Ecco, cos’è che la affascina di più della scrittura di John Duarte, dal momento che ha spesso reinciso i suoi lavori?
Vabbè, vedo che hai studiato bene. Beh, anche quello è nato come una… Insomma, diciamo, che è nato su “chiamata”, perché ho conosciuto il figlio Christopher nella giuria di un concorso. Ci siamo conosciuti, ci siamo apprezzati, e stimati reciprocamente, poi lui, poi, dopo un po’ di tempo, aveva in cantiere un progetto molto ambizioso, che è quello di recuperare tutto ciò, o di inedito, o, insomma, di molto vecchio della musica del padre. Mi chiamò e mi disse se mi faceva piacere. In quel caso non è che sono stato vicino a questo progetto perché mi piaceva particolarmente la musica di John Duarte, ma con la curiosità, visto che non l’avevo mai né approfondita, né forse mai suonata la musica di John Duarte. Ed era il periodo del Covid. Ho detto, secondo me, è un buon modo per avvicinarsi anche a questa musica, per imparare repertori nuovi. Infatti, ho registrato un CD da solista, un CD in duo, e anche un duo con l’orchestra, sempre di Duarte. Quindi, diciamo, mi sono fatto una bella cultura.
Certo, lo conosciamo bene adesso!
Si, si, esatto! (ridendo)
Adesso che lei è un chitarrista affermato e che ha vinto tanti riconoscimenti -tra cui anche la Chitarra D’Oro– come ha cambiato il suo approccio alla fama? Che cosa, magari, lei all’inizio pensava sulla fama, che invece adesso non crede più?
Beh, in aspetto per la fama, non è.… insomma è una cosa, cioè, ma lo stai dicendo tu, ma per fama, al massimo, si intende solo essere un po’ conosciuti nell’ambiente. Questo, sì, non cambia niente, perché comunque, fondamentalmente, l’approccio è sempre lo stesso. Ti devi sempre mettere in gioco, allo stesso modo, anzi di più. Perché prima, quando tu ti devi far conoscere hai più margine di errore; quando sei conosciuto, ovviamente, devi, come dire, mantenere uno status. Però, insomma, con una grande serenità io tendo a non caricarmi mai troppo di aspettative. Siamo comunque dei musicisti, facciamo i conti con noi stessi, con le problematiche che ognuno ha: personali, musicali, quelle difficoltà che ci sono dietro questo mestiere.
Anzi a volte può capitare -magari ci dica se è capitato anche a lei- a volte di pensare che il proprio valore sia legato solamente al modo in cui suoniamo. A volte facciamo un’esecuzione brutta e allora perdiamo l’autostima in noi stessi proprio come persone.
Ed è per questo che esistono gli psicologi! Perché ovviamente anche io, se capitava che qualche concorso andasse male, dopo aver investito soldi, tempo, energia mentale, e non arriva il risultato, quelle erano fasi molto dure. Però proprio la cosa che hai detto tu è la risposta: di non associare il “fallimento” come musicisti al fallimento come persone. Cioè se una cosa non va perfetta come la immaginavi non significa che tu sei una persona che non vale o una persona deludente. Perché, se c’è una cosa che mi ricordo sempre prima di salire sul palco, sono i sacrifici che ho fatto, quindi quelli non li deve toccare nessuno.
Qual è stato un momento della sua vita, un attimo di folgorazione, in cui lei ha pensato quanto sia bello fare il musicista?
Beh, molte volte mi capita. Quando riesco a conoscere tante persone, come ora che stiamo parlando qui, insomma la parte più bella è che conosco tanti ragazzi e tanti colleghi. Anche viaggiare mi piace tanto.
La musica è davvero un ponte.
Si, si, si. Stressante, stancante, tanto, ma c’è un contatto meraviglioso. A differenza dei contatti lavorativi -perché in tanti altri lavori si viaggia- questo è un contatto emozionale. Si conoscono le persone sulla scia delle emozioni, quando si suona, e ci si mette a nudo a livello personale.
Tornando a parlare di chitarra…
Eh beh, direi!
Secondo lei la chitarra classica ha il suo pubblico o bisognerebbe farla conoscere meglio alla gente? A volte capita che una persona ignorante in materia musicale sappia riconoscere dei compositori per altri strumenti -come pianoforte o violino- ma se viene fuori la chitarra classica nessuno sa mai niente.
Ci sono due che sono le paure più ricorrenti per un chitarrista: la prima è suonare davanti ai chitarristi, la seconda è quella di suonare davanti ai non chitarristi. Perché quando si suona davanti ai chitarristi capiscono il repertorio ma stanno lì con la lente di ingrandimento; quando suoni davanti a un non chitarrista temi che il repertorio possa non piacere. Soprattutto negli ultimi anni cerco di creare un filo condutture nei concerti destinato ai non chitarristi, cercando sia compositori famosi e musiche diffuse, associandole poi al repertorio della chitarra. Ci vuole un po’ di furbizia e strategia nella costruzione dei programmi perché a volte si tende a fare programmi iconografici con tematiche valide ma in termini pratici non hanno quell’appeal sul pubblico di massa, se vogliamo dire così.
Sempre sul pubblico di massa, c’è mai stato qualcuno che ha detto uno “strafalcione”, un pregiudizio che le ha fatto sorridere?
Mah no, del pubblico no. Ma mi ricordo una volta gli orchestrali, quando dovevamo fare le prove per il Concerto con Chitarra e Orchestra [quello di Aranjuez, a breve esplicitato NdR], loro prendevano in giro la chitarra e dicevano che facciamo solo queste spagnoleggiate e snobbarono molto il Concerto di Aranjuez, dunque. Si, c’è ancora un po’ di preconcetto, soprattutto da parte di alcuni orchestrali. Però rispetto agli anni precedenti la vedo meglio.
Da professionista, qual è la cosa che apprezza di più “fisicamente” della chitarra? La parte che la fa sentire più a contatto con lo strumento?
La corda. Sentire il contatto della mano destra sulla corda, quando si trova quella simbiosi perfetta delle unghie con la corda e scivola per creare il suono. Immaginarlo è soddisfacente a livello fisico per me. Poi ce ne sono altre mille di parti che non mi piacciono del contatto (ridendo).
Ce le vuole dire?
No, no.
Ok, censurato per i posteri! Giusto per finire. Cosa le piacerebbe lasciare con la sua musica o comunque con i suoi insegnamenti?
Domanda forte. Ti devo dire che almeno per ora non ho l’ambizione di lasciare qualcosa, non ritengo di dover lasciare pietre miliari. Quello che in questa fase qui mi piace è vedere gli alunni soprattutto quando migliorano e quando trovano una strada per essere soddisfatti, questa è una cosa che veramente mi appaga, soprattutto quando ho un alunno con cui lavoro per più tempo e non a livello occasionale, e vedere il loro punto di partenza -con dubbi, frustrazioni, ansie e preoccupazioni- e portarli a un livello di benessere con lo strumento.
Penso sia molto bello perché anche una persona appassionata magari gli capita una volta un insegnante che un po’ lo butta giù e vuole abbandonare lo strumento.
Esatto, quello che infatti cerco di fare è dare la motivazione e anche suggerisco di cambiare strada se non ci sono sbocchi. Penso sia più onesto fare quello piuttosto che creare frustrazioni su un settore già difficile e complicato.
Giusto, grazie mille!
Grazie a te, che bella intervista, non me lo aspettavo avessi studiato tutti i lavori!
Grazie a lei.
Gaia Ossimprandi 2M



Eccoci!
