Quando la festa diventa incubo: la tragedia di Crans-Montana

La notte di Capodanno 2025/2026 nel bar Le Constellation di Crans-Montana, la celebre località sciistica svizzera, doveva essere una festa indimenticabile. E così effettivamente è stato, ma non come ci saremmo aspettati… Nel corso della serata è scoppiato un incendio all’interno del locale che ha trasformato i festeggiamenti in una situazione di emergenza inimmaginata. L’episodio si è concluso in una tragedia dai numeri impressionanti: almeno 47 morti e più di 110 feriti tra giovani e giovanissimi che festeggiavano l’inizio del nuovo anno .

Secondo le prime ricostruzioni, tutto sarebbe iniziato da candele pirotecniche fissate a bottiglie di champagne, la cui scintilla ha incendiato il soffitto, rivestito di materiali facilmente infiammabili. In pochi istanti le fiamme hanno avvolto il locale già affollato, lasciando molti intrappolati e spaventati. In mezzo a fumo e confusione, pochi riuscivano davvero a rendersi conto della gravità della situazione, cercando solo di trovare gli amici o una via d’uscita.

Questi sono i fatti. Poi ci sono le opinioni. E il mondo mediatico si divide in due: chi dà la colpa ai proprietari e alle istituzioni e chi, in modo più discutibile, dà la colpa ai ragazzi. Ragazzi che non si sarebbero mai aspettati di vedere una singola, piccola fiamma, generare un gigantesco incendio e che di sicuro non avrebbero potuto fare nulla per evitarlo.

I dati hanno dimostrato che le uscite di sicurezza erano inadeguate e i materiali impiegati nel locale altamente ignifughi. Il locale non aveva uscite sufficienti, la scala d’accesso era stretta e il soffitto era basso. Questo ha trasformato una situazione che poteva essere gestita con vie di fuga adeguate in una trappola mortale. Questo è un dato di fatto. Le autorità locali e i servizi di controllo non hanno effettuato le revisioni necessarie o non le hanno attuate correttamente. Questo è un altro dato di fatto. Per non parlare dei ritardi nel dare l’allarme, della musica che ha continuato e delle comunicazioni confuse che hanno solo peggiorato la situazione. Questo è ancora un dato di fatto.

Chi critica il comportamento dei ragazzi, invece, sostiene che avrebbero provocato loro l’incendio, usando irresponsabilmente fontanelle pirotecniche vicino al soffitto. Ma in tutte le discoteche o locali sono comuni questi oggetti, usati per divertire e creare intrattenimento, e se il soffitto non fosse stato altamente infiammabile non sarebbe successo niente. Forse i proprietari avrebbero dovuto preoccuparsi maggiormente di garantire la sicurezza dei propri clienti e le autorità avrebbero dovuto effettuare maggiori controlli. Forse… o meglio sicuramente.  Altri ancora giudicano il fatto che avrebbero potuto reagire più prontamente e che non avrebbero dovuto ignorare i segnali di pericolo. Ma forse non pensavano che un piccolo fuoco si sarebbe trasformato in così poco tempo in un enorme incendio che avrebbe distrutto le loro stesse vite. 

Molti si sono preoccupati solo di contestare i video girati, ma non bisogna dimenticare che questi hanno anche aiutato gli investigatori a capire cosa fosse successo. La verità è che in mezzo al terrore e alla confusione, tra amici che sparivano e fumo che bruciava la gola, chi era lì agiva per istinto, senza rendersi davvero conto della gravità della situazione. All’inizio i ragazzi hanno continuato a filmare la scena, mossi più dall’incredulità che dalla superficialità. È comprensibile che, in un momento iniziale di confusione, molti presenti abbiano preso i loro telefoni per riprendere una situazione nuova e perfetta da raccontare come “evento” della serata ad amici e parenti. Probabilmente anche io avrei ripreso la scena o incitato qualcuno a farlo. Oggi i giovani sono abituati fin dall’infanzia a documentare i loro eventi più significativi e forse i primi ad averlo insegnato sono proprio gli adulti che pensano solo a criticare, che spesso hanno immortalato ogni nostro momento importante. Questo, forse, non è quindi un segno di “incoscienza”, ma un riflesso culturale e spontaneo. Forse… forse… o ancora meglio sicuramente.

Ora al centro delle attenzioni degli inquirenti ci sono i titolari del locale, Jacques e Jessica Moretti, che nel corso delle indagini sono stati inseriti nel registro degli indagati per omicidio colposo, lesioni personali e incendio colposo, con la procura che ha chiesto per loro una cauzione di circa 400 mila franchi svizzeri per l’eventuale libertà. Personalmente penso che non dovrebbero neanche più avere il diritto di essere liberi, dato che hanno tolto la libertà a tantissimi giovani innocenti. Questo è solo un altro esempio di come i soldi risolvano tutto, soldi che avrebbero potuto usare per creare una struttura più sicura. Jessica Moretti continua ad affermare, sostenuta da chi le è vicino, di essere distrutta dal rimorso e incapace di trovare pace per quanto accaduto, ripetendo di non aver voluto fare del male a nessuno, di aver gridato alla gente a uscire e di aver chiamato subito i soccorsi. Tuttavia, alcune sue dichiarazioni risultano contraddittorie: ha attribuito l’innesco del rogo a una cameriera, sostenendo che fosse stata lei ad attivare le fontanelle pirotecniche, mentre diverse testimonianze indicano che furono i gestori a chiederne l’uso, per creare atmosfera. A mio parere non è nella posizione di attribuire colpe ad altri, soprattutto a chi non c’è più: non esiste alcuna giustificazione possibile.                                                                                                                                          Anche il marito Jacques ha tentato di difendersi con spiegazioni discutibili, sostenendo di aver testato i materiali e di non credere che gli sparklers potessero incendiare il soffitto. Sono però emerse immagini che confermano l’uso di materiali altamente infiammabili, che hanno trasformato rapidamente il locale in una trappola mortale, producendo fumi tossici che hanno sopraffatto molte persone prima ancora di riuscire a scappare.  Mi sembra evidente che non si tratti di semplice imprudenza dei giovani, ma di un fallimento delle istituzioni, dei controlli sul territorio e dei responsabili del locale.

Un’altra questione che è importante non dimenticare riguarda sicuramente la distribuzione di alcol e l’entrata non controllata per i minorenni. In Svizzera la legge è diversa da quella italiana e permette ai ragazzi di 16 anni di comprare e consumare birra e vino, mentre per i superalcolici il limite è fissato ai 18 anni. Inoltre, non esiste un divieto assoluto che impedisca ai minorenni di entrare in locali che servono alcol, infatti le norme possono variare a livello cantonale. Ma nel cantone Vallese, dove si trova Crans-Montana, i minori di 16 anni non dovrebbero rimanere in questi locali dopo le 22:00 se non accompagnati da un adulto autorizzato.  Tuttavia, ciò che è successo quella notte mostra una situazione ben diversa. Al locale Le Constellation infatti erano presenti molti ragazzi giovanissimi, alcuni al di sotto dei 16 anni. Questo fatto mostra quindi una mancanza di controlli rigorosi da parte degli organizzatori che dovrebbero mettere al primo posto la sicurezza dei clienti, piuttosto che l’entrata e il soldo facile. Trovo davvero difficile pensare che nessuno si sia accorto dell’età dei presenti.                                                                     Diversi studi hanno dimostrato che i controlli sull’età non sono sempre rigorosi: in più di un caso su quattro i minorenni riescono comunque ad acquistare alcolici, e durante feste ed eventi questa percentuale aumenta. Questo non giustifica quanto accaduto, ma ci aiuta invece a capire come una situazione del genere si sia potuta sviluppare e quanto siano importanti i controlli che non sono stati decisamente fatti. La presenza di ragazzi così giovani in un contesto notturno e potenzialmente pericoloso ci porta e ci obbliga quindi a riflettere su come vengano protetti oggi i minori e su quanto siamo davvero consapevoli delle conseguenze delle nostre scelte.

Quando pensiamo a una serata in discoteca o a una festa con gli amici, la immaginiamo spesso come un momento di svago, fatto di musica, risate e voglia di stare insieme. La tragedia di Crans-Montana, però, ha dimostrato quanto possa essere sottile e fragile il confine tra una notte di divertimento e un evento drammatico. Anche a Parma e provincia questo confine è oggetto di riflessione e dibattito, perché il rischio è che norme pensate per tutelare la sicurezza non siano sufficienti se non vengono applicate con rigore.  In Italia il limite legale per l’acquisto e il consumo di alcol è fissato a 18 anni: è infatti vietato vendere o servire bevande alcoliche ai minori, e chi non rispetta questa norma può essere multato. Tuttavia, non esiste una legge unica che vieti in modo assoluto l’accesso alle discoteche ai minorennii. Spesso sono i singoli locali a stabilire regole proprie, come ingressi “18+” o “16+”, ma non sempre queste vengono applicate e i controlli sull’età possono risultare poco rigorosi.                     A Parma e provincia, però, la mia esperienza è positiva: le norme vengono generalmente rispettate, con la presenza di numerosi addetti alla sicurezza agli ingressi e controlli mirati per evitare che i minori consumino alcol, anche con l’aiuto di maggiorenni. Oltre alla questione dell’alcol, la sicurezza delle discoteche è regolata da leggi che riguardano capienza massima, uscite di emergenza, prevenzione incendi e requisiti strutturali. Queste norme nascono anche da tragedie del passato, come l’incendio del Cinema Statuto di Torino nel 1983, che hanno evidenziato l’importanza di criteri di sicurezza chiari nei luoghi di aggregazione.  A Parma come altrove, quindi, il rapporto tra ciò che è legale e ciò che è realmente sicuro resta complesso e richiede una responsabilità condivisa: le leggi da sole non bastano senza attenzione, controlli e rispetto per le persone.

Ciò che è successo a Crans-Montana non deve quindi essere ricordato come una storia di giovani “colpevoli e irresponsabili”, loro non possono che essere le vittime. Sono solo ragazzi che pensavano di divertirsi insieme agli amici l’ultima notte dell’anno. L’ultima notte della loro vita. Ogni volta che penso “lì potevo esserci io” o “lì poteva esserci qualcuno che conosco” mi pervade un’angoscia che non pensavo di poter provare e non riesco a smettere di pensare a come delle vite così giovani se ne possano essere andate in così poco tempo. E non riesco a smettere di sentire l’odore di fumo e di bruciato, che mi entra nelle narici e non se ne va più. E non riesco a smettere di sentire le urla disperate di quei ragazzi e quelle ragazze come me, che cercavano una qualsiasi via di uscita senza trovarla. Ma quando penso ai proprietari e alle autorità che avrebbero potuto evitare tutto questo, provo solo ribrezzo e disgusto e pietà per la loro vita che ora può solo fare schifo, francesismi a parte.                      

Colpevolizzare i ragazzi è semplice, risolvere i problemi reali richiede impegno.

Viola Ferri

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