Seneca, un’eredità senza tempo. Tra calma e folla

“Quale luogo può esser più turbolento del foro? Eppure anche lì si può trovare il modo di vivere tranquilli. Ma se mi fosse consentito di disporre di me liberamente, fuggirei lontano anche dalla vista e dalle vicinanze del foro. Come i luoghi malsani minacciano anche la salute più solida, così anche per un animo buono, ma non ancora maturo e saldo, alcuni posti sono poco salubri.”

Lettere a Lucilio 28 

 

Per Seneca il foro aveva  due ruoli molto contrastanti all’interno della società.

Seneca condanna uno stile di vita tumultuoso, sempre in viaggio e in movimento, in quanto ci tiene lontani dalla quiete e ci obbliga a vagare continuamente alla ricerca di un senso di appartenenza che finché siamo in movimento non troveremo mai.

Allo stesso tempo però il foro ci permette di vivere appieno la nostra vita, circondati da persone e da eventi in continuo accadimento, senza sprecarla e perderla vivendo nell’isolazione della quiete forzata.

Per Seneca, colui che può stare nel foro senza subirne gli effetti caotici, è il saggio che ha imparato a vivere in uno stato di quiete interna. Chi non lo ha imparato, invece, è soggetto alla vita caotica dei luoghi di incontro.

Questa è l’eredità che Seneca ci vuole lasciare: è importante scendere nei luoghi di aggregazione come piazze e strade insieme a tutte le altre persone, ma è altrettanto importante non perderci all’interno della calca e saper trovare sempre la calma all’interno di essa. Oggigiorno gli spazi di aggregazione come strade e piazze vengono riempiti solo durante manifestazioni ed eventi programmati, togliendo la vitalità spontanea che vigeva al tempo di Seneca.

in foto “Crowds celebrating the liberation of the city”. Robert Capa, 25 Agosto 1944, Parigi.

Benassi, Ravazzoni, Schianchi

 

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