Se fissavo uno scimpanzé negli occhi, vedevo un essere pensante, riflessivo, che ricambiava il mio sguardo.
Lo scorso ottobre la comunità scientifica ha perso un membro importante, conosciuta in tutto il mondo per aver condotto le più lunghe e significative indagini sugli scimpanzé: si tratta di Jane Goodall. Ma quanti di noi la conoscono realmente? Chi era questa straordinaria donna che ha dedicato la sua vita agli scimpanzé? Oggi vi racconto la sua storia.
Jane Goodall iniziò il suo lavoro di ricerca nel 1957, quando il suo capo Louis Leakey decise di mandarla per sei mesi in una spedizione nel Gombe: qui Jane avrebbe dovuto avvicinare gli scimpanzé, riuscire ad addentrarsi nella loro vita. Malgrado non avesse nessuna laurea o specializzazione, Jane decise lo stesso di partire: la natura l’aveva accompagnata per tutta la vita, l’aveva sempre affascinata, sembrava quasi che la chiamasse a sé. Così davanti a questa proposta abbandonò l’Inghilterra alla volta dell’Africa.
I primi tempi furono difficili: Jane riusciva ad osservare gli scimpanzé solamente da lontano, dalle cime delle colline, perché questi erano animali diffidenti, si tenevano alla larga. Ma con il tempo si abituarono alla sua presenza e piano piano riuscì a studiare i loro comportamenti più quotidiani: poté osservare il rituale della toeletta, riuscì a dedurre che anche loro provavano emozioni e che potevano manifestarle, ma soprattutto diede a ognuno di loro un nome. Jane fu la prima ricercatrice che diede agli scimpanzé dei nomi propri per riconoscerli: per esempio ad uno diede il nome di David Barba Grigia, il quale le fece comprendere che anche loro erano in grado di creare utensili utili per la loro vita quotidiana. David Barba Grigia le permise di attribuire agli scimpanzé un’intelligenza molto vicina a quella dell’uomo.
Dopo i primi sei mesi tornò in Inghilterra per mostrare i frutti delle sue ricerche alla comunità scientifica: dopo poco fu rispedita in Gombe con un cameraman che immortalasse e riprendesse il suo lavoro, Hugo van Lawick. Da questa seconda spedizione, Jane si avvicinò molto ad Hugo che, oltre ad essere un ottimo fotografo, era un ottimo amico e compagno. Quando Hugo e Jane ritornano in Inghilterra decisero di sposarsi, ma la loro vita da novelli sposi si trasferì subito in Gombe: con il suo ritorno Jane notò che una delle sue scimpanzé, Flo, aveva dato alla luce un cucciolo, Flint. Grazie a questa nuova nascita Jane si mise a studiare la crescita del piccolo Flint, la capacità di integrarsi con gli altri membri della sua specie. Più gli studi proseguivano, più la fama di Jane Goodall aumentava: c’era chi l’ammirava e la finanziava, ma anche chi la riteneva una donna mediocre ed esibizionista. In molti affermarono che la sua visibilità fosse dovuta esclusivamente alle sue gambe, sempre ben in vista a causa dei pantaloncini corti che portava abitualmente; ma ovviamente le critiche non fermarono Jane: grazie a una raccolta fondi riuscì a fondare un centro di ricerca nel Gombe, dove un gruppo di scienziati e studiosi potevano recarsi per continuare gli studi sugli scimpanzé. E, ammesso e non concesso che i fondi fossero arrivati grazie alle sue belle gambe, a lei non importò, le bastò aver raggiunto la cifra necessaria per poter continuare i suoi studi.
Jane, per quanto abbia provato ad allontanarsi dai suoi scimpanzé, non riuscì mai ad abbandonare totalmente il Gombe: trascorse qualche mese per fare ricerca con suo marito Hugo in Serengeti, ma lì non poteva studiare gli scimpanzé. Anche quando rimase incinta non riuscì ad abbandonare la ricerca: per i primi tre anni di vita di suo figlio non lo lasciò nemmeno per un secondo, ma lo portò in giro per tutti i suoi safari in Africa, tornava in Inghilterra giusto un paio di volte all’anno. Per Jane la ricerca era tutta la sua vita e per nulla al mondo questo sarebbe cambiato.
Nel 1986 Jane si rese conto che gli scimpanzé stavano pian piano scomparendo, così decise di avviare una campagna di sensibilizzazione in giro per il mondo sul rischio della scomparsa degli animali che per tutta la vita le avevano dato uno scopo. Oggi, grazie a Jane Goodall, le conoscenze sugli scimpanzé sono strabilianti: dobbiamo continuare ad avanzare su questo fronte e portare avanti il progetto di Jane, tutelando questa specie che rischia l’estinzione.
Chiara Boschi 4E
Foto di Hugo Van Lawick/National Geographic






