Caro studente e cara collega,
scrivo perchè entrambe le vostre lettere mi hanno portata a riflettere e perchè credo anch’io che il confronto tra studenti e docenti sia il cuore pulsante della scuola intesa come comunità educante in cui lo stimolo alla riflessione critica riguarda tutti, insegnanti compresi.
In questa riflessione mi soffermo sulla prima parte del discorso, ovvero il carico dello studio, la valutazione ‘punitiva’, la fatica in generale espressa dallo studente (non perchè la parte relativa alla politica non sia degna di interesse ma perchè entrambi i discorsi meritano una trattazione approfondita e preferisco affrontarli singolarmente). Anche io, come la prof.ssa Ghiretti, ricordo un’esperienza scolastica di pomeriggi passati a studiare (ma in cui si riusciva comunque ad inserire anche un pò di tutto, dal teatro alle uscite ai drammi sentimentali); una scuola senza registro elettronico in cui i voti potevano essere discussi con la famiglia settimane dopo la loro assegnazione, la preoccupazione per le insufficienze e una, nel mio caso, media ma sufficiente pressione familiare non tanto ad eccellere quanto a non impigrirsi. Ricordo anch’io di aver alternato ore di studio fatte ‘per dovere’ verso materie che non mi interessavano più di tanto,e altre che non mi pesavano perchè mi riconoscevo in quello studiavo.
Ricordo, certo, anche la fatica. Tanta: interrogazioni spesso non programmate, versioni e verifiche sui verbi, interrogazioni e ansia. Ansia, sì, ma anche trionfo. Il senso di trionfo e la scarica di adrenalina che si provava quando quella verifica impossibile alla fine si rivelava fattibile, quando quell’interrogazione tremenda alla fine veniva completata e no, non erano stati gli dei e non era stata chatgpt, ero stata io, io con le mie paure e le mie ansie e le mie forze e la paura di sbagliare era stata ricacciata un pò più lontano e la fatica aveva finalmente senso.
Proprio la fatica vorrei che fosse al centro della mia riflessione: la percezione che ho, basata sulla mia memoria da studentessa e sulla mia attuale esperienza da docente, è che il carico di studio rivolto agli studenti non sia oggettivamente aumentato. Attenzione, non sto dicendo che ai ragazzi non sia richiesto di studiare, in alcuni casi molto. Sto dicendo che non mi sembra, mediamente, che debbano farlo più di quanto non fosse richiesto a noi alla loro età. Mi sembra, addirittura, che il carico di lavoro, se non diminuito, sia stato distribuito secondo ritmi più attenti alle esigenze degli studenti: ad esempio, quando io frequentavo il liceo (e no, non era il 1800, sono uscita nel 2010), non esisteva un limite di verifiche nè giornaliero nè settimanale e davanti a qualsiasi nostra esternazione di disagio la risposta tanto dei docenti quanto dei genitori era, inevitabilmente e con poche varianti: “siete al liceo (in alternativa siete al classico), il vostro dovere è studiare”. Questo cosa significa? che la difficoltà espressa dallo studente a mantenere “ attenzione, una parvenza di study-life balance e motivazione” vada delegittimata e retrocessa al rango di incapacità di gestire la propria agenda scolastica? Assolutamente no. Se il disagio è espresso significa che è percepito e che realmente gli studenti, anche quelli più attenti, coscienziosi e organizzati, soffrono per un percorso didattico percepito come ‘una corsa continua’. La mia domanda quindi è: perché il percorso scolastico genera tanta fatica? Se il carico di lavoro non è cambiato, se il numero di valutazioni per quadrimestre è rimasto invariato o in alcuni casi anche diminuito rispetto a 15 anni fa, da dove deriva questo affanno denunciato dallo studente autore della lettera e senza dubbio condiviso da moltissimi altri? Se il dovere degli studenti è in primis studiare esattamente come lo era 15,20,30 anni fa, da dove deriva la percezione di verifica ‘punitiva? Non sono domande retoriche. Sono domande in cerca di risposta e temo che nessun manuale di pedagogia possa rispondermi meglio degli studenti che abbiamo davanti. E’ una questione di competizione? Di focalizzazione sulla performance finale talmente acuta da dimenticarsi che quello che conta è il processo e che il voto si limita a fotografare una tappa di questo processo, peraltro recuperabile a aggiustabile? Perché anche la competizione faceva parte della mia realtà di studio eppure non si accompagnava ad una percezione punitiva della valutazione. La valutazione era parte integrante della scuola e i docenti non ci punivano fissando le verifiche, non più di quanto un dottore ti punisca infilando l’ago nella vena per fare un prelievo: faceva parte del processo. Quindi, perché la fatica? E perchè la punizione? E’ la fatica la punizione? Forse la fatica sta perdendo valore formativo perché viviamo nell’epoca del ‘tutto e subito’, un’epoca in cui il focus si è definitivamente fissato sul risultato ottenuto e il metodo usato per ottenerlo deve rispondere solo al requisito di essere il più rapido e indolore possibile? (è per questo che il latino è tanto odiato? perché ti obbliga a focalizzarti sul processo e costringe il nostro cervello a sviluppare ragionamenti, ipotesi e conclusioni senza scappatoie?). E poi, la fatica è un male? Ne siamo sicuri? O è una delle più grandi palestre che ci preparano a una vita che non è mai mediamente solo facile e non va mai solo come vogliamo noi e che quindi richiede di saperci impegnare per ottenere quello che vogliamo, trovare soluzioni ed elaborare piani alternativi, costruire, inciampare, sbagliare, imparare dagli errori e ricalcolare la direzione? Perché la vita è questo. E tanto vale arrivarci con tutte queste competenze allenate. Anche la frustrazione non è un male: tanto vale imparare a gestirla a scuola, dove possiamo capire come canalizzarla verso un risultato. Il modello nordico, che neanche io conosco tanto nel dettaglio, ma che mi pare di capire ruoti molto attorno agli interessi degli studenti e in alcuni casi va ad eliminare sia fatica che frustrazione è la ricetta per creare una persona preparata alla vita? Non lo so (davvero non lo so. Lo chiedo a voi). Perché siamo tutti preparati ad una vita in cui tutto fila liscio senza variazioni o imprevisti ma la vera forza è imparare a gestire gli imprevisti. Le paure. Le frustrazioni. Saper individuare un obiettivo e costruire, guidare, cambiare se necessario il percorso necessario per raggiungerlo. Per poter dire, alla parte di noi che ha pensato ‘non si può fare’ : ‘e invece ce l’hai fatta. e lo hai fatto tu”.
Insomma, studenti, colleghi e lettori, aiutatemi a capire: da dove viene questa percezione di fatica? E’ la fatica il nemico della scuola? O è un alleato che andrebbe re-integrato come parte integrante e a suo modo utile del percorso? E se è così, come si può fare?
Alice Massimo, un’altra prof qualunque






