Ho varcato la porta di quella classe, che era quella in cui anni prima trascorsi la quinta elementare, la stessa che mi aveva visto entrare e uscire per nove mesi dell’anno scolastico e che poteva dire di conoscermi. Ora, un’anziana e un giovane mi chiedevano la carta d’identità per verificare che fossi maggiorenne e, a conferma avuta, io ho teso la mano per ricevere la prima scheda elettorale su cui avrei votato. Entrato in camerino, ho aperto il foglio e mi sono dedicato qualche secondo per contemplarlo; non aveva alcuna decorazione di festeggiamento per questa occasione; data la sua funzione, il massimo che poteva vantare era una tinta verde, che si estendeva su tutta la scheda.
La cosa più importante erano la scritta “Referendum Costituzionale”, sotto cui si trovava la spiegazione della riforma da votare, e le due opzioni: “Sì” e “No”, la cui grandezza li rendeva impossibili da non notare. Ho impugnato la matita come fosse stata una spada, come fossi stato parte di un esercito che combatteva per la propria nazione, e ho tracciato due linee, due colpi secchi, sulla mia scelta. Il mio Paese aveva chiesto la mia opinione, il mio pensiero, il mio voto, che avrebbe avuto la riservatezza di mantenere segreto, senza però annullarne l’efficacia.
Uscito dal camerino, ho restituito la matita e mi sono indirizzato verso la scatola, che a breve avrebbe contenuto il frutto del mio ragionamento, tuttavia, prima di inserire il foglietto nella fessura, ho esitato per qualche secondo; la mia esitazione non era quella di uno studente che consegna dubbioso una verifica, bensì la stessa di uno che, alla premiazione di laurea, fotografa con gli occhi il momento che precede la consegna del diploma dalle mani di un professore. Tutto era già compiuto, non v’era né indecisione né rimpianto, solo la voglia di assicurarsi un nuovo significativo ricordo, che diventerà storia da raccontare ai curiosi del futuro.
(Tomai)
Il 23 marzo sono andata a votare per la prima volta. Ero molto emozionata: avevo seguito molto le polemiche che c’erano state su questo referendum e soprattutto avevo cercato di informarmi il più possibile. Non pensavo che mi sarebbe interessato così tanto esprimere la mia opinione: se qualche anno fa mi avessero chiesto di andare a votare probabilmente non mi sarebbe importato più di tanto, ma ora che il mio voto conta sul serio voglio che venga ascoltato. Così domenica alle 7 del mattino ho aperto i seggi con mia madre: quando ho dato il mio documento con la scheda elettorale e la signora a voce alta ha detto “Chiara può votare” mi sono sentita importante, parte del processo decisionale. Mi sono avvicinata alle postazioni per le votazioni e ho aperto il foglietto verde: le scritte erano piccole, il “sì” e il “no” erano a caratteri cubitali e ripiegare il foglio è stata senz’altro la parte più complessa. Uscita dai seggi ero ancora piena di adrenalina: avevo finalmente dato il mio primo parere all’Italia.
(Boschi)
Votare ad appena diciotto anni non è stato solo tracciare un segno su un foglio di carta, ma un rito di passaggio che mi ha fatta sentire finalmente parte del mondo.
Per la prima volta, la mia voce non è rimasta chiusa nella mia stanza o persa tra i discorsi dei grandi, ma ha trovato un posto ufficiale dentro quell’urna.
Mentre stringevo la matita, ho pensato a tutte le donne che, prima di me, hanno lottato e sognato questo istante, quando il loro parere era solo silenzio.
Ho sentito il peso di una libertà che non è scontata, e un’eredità preziosa che oggi porto avanti con orgoglio, onorando chi mi ha aperto questa strada.
Camminare verso il seggio con il documento in mano mi ha dato i brividi: c’ero semplicemente io con le mie decisioni a prendere parte a quale futuro mi si presenterà un domani. Non conta solo il risultato, ma l’orgoglio di aver esercitato un diritto che è stato una conquista difficile.
Oggi non sono più solo una spettatrice che guarda la realtà scorrere in TV, sono una cittadina che ha scelto di non delegare il proprio destino a nessuno.
In quel gesto semplice ho scoperto che il mio primo voto è la promessa di restare attenta e presente alla nostra quotidianità.
(Cavazzini)
Appena ho compiuto gli anni, stavolta, ho sentito qualcosa di davvero speciale: le responsabilità e le possibilità che da quel momento avrei avuto iniziavano a fare capolino nella mia vita. Finalmente la mia età mi permetteva di essere presa in considerazione, senza più limitare le attività e le opportunità a cui aderire e avvicinandomi a scoprire quello che sarà il mio percorso, attraverso scelte e incontri che piano piano sto cominciando a fare.
La prima vera e propria scelta per il mio futuro, cioè la scelta della scuola superiore, si è tenuta nello stesso luogo in cui, il 22 Marzo, ho preso in mano una matita appuntita per esprimere il mio parere sul referendum Meloni-Nordio.
Quello è stato il mio primo voto, in una piccola cabina, su un foglio verde con due grandi e inconfondibili caselle, accompagnata da mia mamma e da mio papà, come se fosse il primo giorno di scuola. Invece, era solo il primo giorno nel mondo degli adulti, il primo giorno in cui anche la mia voce aveva un peso.
Ho passato le settimane precedenti a informarmi, volevo scegliere in modo consapevole e sicuro, secondo la mia testa. Ancora sento l’emozione di sentirmi davvero parte di qualcosa, di non essere una tra tanti ma Una che può fare la differenza, che conta e che può essere ascoltata.
(Faraboli)
L’emozione della partecipazione






