L’associazione “Pozzo di Sicar” non è una casa ma un pozzo vero e proprio

“È un’immagine bellissima: la sorgente è acqua che esce, che zampilla, che va, che è più di ciò che basta alla mia sete: è acqua per gli altri. La donna, che prendeva quanto serviva alla sua sete e alla sua fame, diventa ora tutt’altra creatura, diventa colei che dona, colei che placa la sua sete placando la sete d’altri, colei che si illumina quando illumina altri, colei che riceve gioia donando gioia.” 

                                                                                                               -Al pozzo di Sicar, note di Ermes  Ronchi

Uno stage, un’esperienza, un’associazione, un ufficio, un centro accoglienza, un edificio… una casa. Anzi no, un pozzo. Il Pozzo di Sicar è un pozzo senza fondo, sì, proprio così.

Ci sono tante parole per descrivere cosa sia stata e cosa sia per me l’associazione “Il Pozzo di Sicar APS” di Parma. Non è facile trovare un’esperienza PCTO così coinvolgente e immersiva, anche se in questo articolo non voglio limitarmi a definire i miei mesi in associazione come un semplice percorso formativo per i “Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento”. A dire il vero, questo periodo mi ha formato profondamente come persona e come volontaria.

Ho messo piede per la prima volta in quell’edificio nel gennaio 2025, per partecipare ai “quattro incontri con l’associazione”. In quel periodo, infatti, facevo parte di un laboratorio di cittadinanza attiva organizzato dall’associazione “Il Borgo” che richiedeva un minimo di incontri nelle associazioni per fare esperienza sul campo. Non sapevo cosa aspettarmi, ma sentivo forte il desiderio di contribuire in un’associazione di volontariato: i ricordi del successo ottenuto l’anno precedente in un’altra associazione, il Centro Giovani Esprit (che avevo conosciuto sempre grazie a “Il Borgo”), mi davano la giusta carica per affrontare una nuova avventura.

Ricordo bene l’accoglienza che io e altre ragazze del Borgo (anche loro lì per gli incontri) ricevemmo. Una delle ex socie ci accolse con un sorriso smagliante nella cosiddetta “stanza dello studio”. Con lei c’era anche una socia del “Il Borgo”. La scena dava subito un senso di calore e intimità: i muri pieni di disegni, un tavolo al centro della stanza, le sedie intorno, una piccola lavagna a fogli in un angolo, uno scaffale colmo di libri e quaderni, una chitarra e un mappamondo sopra lo scaffale. Sul tavolo, patatine, bevande e un panettone. Questa fu la mia prima impressione del Pozzo di Sicar: un luogo accogliente non solo per chi è ospitato negli appartamenti del plesso, ma per chiunque vi entri, che sia parte o meno dell’associazione. Continuai a partecipare ai quattro incontri, che si conclusero a metà febbraio. Solo più avanti, a marzo, scoprii la possibilità di proseguire e lo feci, pur con i miei tempi, dato che la scuola occupa molti dei miei pomeriggi. 

Quando arrivò luglio, la mia presenza all’interno dell’associazione divenne quasi quotidiana. Quelle giornate estive trascorse in questa casa di accoglienza non solo mi hanno fatto capire cosa faccia concretamente questa organizzazione, ma mi hanno anche permesso di conoscere mondi e culture diverse con cui non ero mai entrata in contatto prima.

In particolare ho conosciuto le ragazze. I bambini. Ho conosciuto tantissime ospiti; persone comuni, umane; che hanno avuto un passato burrascoso, a volte difficile, a volte sereno, per lo più ingiusto. Del loro passato però mi è rimasto ben poco, rispetto invece ai momenti passati con loro, a cui più tengo al cuore. Se infatti le storie di queste donne possano essere difficoltose e a volte tristi, se qualsiasi persona le vedesse ora, vedrebbe tutt’altro; soprattutto all’interno del Pozzo di Sicar. I miei ricordi più vividi sono i pranzi, i momenti ludici, i momenti di aggregazione dove circa una quindicina di persone si riunisce per creare un bel momento tutte insieme. Sorrisi a trentadue denti, musica e beat afro, pollo, riso e peperoni; al solo pensiero mi viene la nostalgia. Sono contenta del mio percorso  perché oltre alla mia esperienza, seppur conoscendo le donne dell’associazione da poco; sono fiera delle cose che queste ultime sono riuscite a superare e a raggiungere. Tanto è vero che pur stando anche poco tempo con loro, o parlando ogni giorno per pochi minuti, sono nei momenti più “banali”, come l’aver trovato un lavoro o aver imparato a distinguere dei nuovi cartelli stradali, che più mi hanno fatto provare questa sensazione di fierezza verso queste persone meravigliose. Delle donne che hanno imparato a riprendere vita e costruire per se stesse un nuovo futuro, una nuova sorgente. Donne che, pur avendoti visto una sola volta, ti sorridono, salutano e accolgono subito la volta dopo. 

Quindi mi ritrovo qui, a scrivere di questa esperienza, a parlare di questa associazione composta da persone meravigliose, perché questo PCTO non è stato un semplice PCTO, ma una vera e propria esperienza, un pozzo senza fondo dal quale, una volta che ci metti  piede, non riesci più a uscire. Perché, anche se adesso la mia presenza in quella casa non è più giornaliera, una parte di me rimarrà sempre all’interno di quelle quattro mura. Di quel pozzo. Immersa in quell’acqua dolce… 

Acqua. Cos’è l’acqua? 

Un segno di purezza, di vita. L’acqua arriva da una sorgente, e questa sorgente è l’unione di tutte quelle donne che, all’interno dell’associazione — che siano operatrici o ospiti — dissetano e aiutano i più bisognosi, li ripuliscono e li rendono nuovi, puliti. Perché è questo il significato di pozzo, e il Pozzo di Sicar è, metaforicamente, un vero e proprio pozzo.

 

L’acqua che io darò diventerà sorgente

che zampilla per la vita eterna.

(Gv 4, 5-42)

Chiara Tomas, 5C

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