IL MIO CAPITANO

Tutto è cominciato con una palla. E con Sandro Mazzola. Un compagno di gioco insostituibile. Un’infanzia ricca di gioia, emulazione, sogni. Dormire con la palla era molto rassicurante.

Bastava poco per star bene e ritrovarsi in Sede. Per tutti una seconda casa. Questa era la definizione tutta borgotarese di uno spazio rettangolare delimitato da muri alti e bassi, fondo in ghiaia, insidioso per le ginocchia. Sacro palcoscenico per le nostre infinite sfide.

Lì si esibivano calciatori presi in prestito dal mondo della pelota. Johnston, Tarantini, Ardiles, Kempes. Poi Tomaszewski, il mitico portierone polacco con guanti e bandana, Cruyff, Beckenbauer, Krol e altri ancora, in grado di accendere la nostra fantasia. Il mio cuore batteva per lui, “il baffo”, e per l’Internazionale di Milano.

Sacro tanto quanto una delle facciate della chiesa che ancora oggi traccia il confine tra il luogo di culto e il campetto parrocchiale. Monsignore, alla finestra, provava a frenare la nostra agitazione, richiamandoci al rispetto dei comandamenti, pena il ritiro del pallone, due schiaffi ben assestati o, nei casi più gravi, l’espulsione immediata.

Un’infanzia densa di emozioni e sospesa nel tempo. Per noi di Borgotaro, ma anche per chi cresceva altrove.

Quando il clima dei rigidissimi inverni ci teneva a casa, bastava arrotolare fogli di carta, compattarli e comprimerli con lo scotch. Girarlo tutto intorno fino a fargli prendere una forma tondeggiante.

Palla e piedi erano pronti per la radiocronaca. Tutto il calcio minuto per minuto, sognando a occhi aperti.

Sandro Mazzola e Roberto Boninsegna.

Ciotti chiedeva la linea: “Scusa Ameri, scusa Ameri, da San Siro, per segnalarvi il calcio di rigore assegnato all’Internazionale.

Sulla palla Boninsegna, dopo breve conciliabolo con il capitano.”

Non stavo più nella pelle. Momento solenne. Pallina di carta a sei-sette metri. Breve rincorsa e battuta a rete tra gli stipiti della porta della cucina. Sulle parole del radiocronista riuscivo a scatenarmi, correndo ed esultando come un pazzo.

“Bonimba sei una bomba”, gridavo come fossi a San Siro, davanti allo sguardo incredulo dei miei genitori e di mia sorella.

La notte, non contento, rivisitavo tutto.

Queste straordinarie emozioni hanno accompagnato l’infanzia permettendomi di costruire un modo sano di vivere lo sport.

Tante volte si sottolinea come i tempi siano cambiati. Le città e i paesi sono diversi, il modo di fare comunità, i pericoli della strada, la tecnologia, il web. Tutto questo dovrebbe insegnarci che un approccio più semplice alle cose non è un disvalore, ma la chiave per centrare i nostri obiettivi. Riaccendere la fantasia per tornare a vivere momenti speciali. Una partita perfetta, una partita da sogno!

Omaggio a Sandro Mazzola

 

By Roberto Dellapina.

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