No Other Land_ La nostra recensione

Immaginate di svegliarvi in un giorno qualunque, il sole alto nel cielo, il vento che accarezza l’erba, e di trovarvi davanti a casa un soldato che vi dice di andarvene. Vi dice che quella terra che chiamate casa non è più vostra, ma sua. Poi, quell’esercito, di un Paese straniero, quel conquistatore armato di pezzi di carta e fucili, distrugge tutto ciò che avevate costruito, cancellando completamente il vostro ricordo da quel fazzoletto di terra che per voi era tutto. E ora immaginate che tutto questo non sia solo un sogno, ma il destino di un popolo che vive sull’altra sponda del nostro piccolo mare. Ce lo raccontano Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor ed Hamdan Ballal, nel loro travolgente documentario “No Other Land”,  premiato con l’Oscar al miglior documentario ai premi Oscar 2025.

Il documentario segue la storia di Basel, figlio di attivisti e residente del villaggio Masafer Yatta, Cisgiordania. Fin da piccolo ha assistito alle proteste contro i soldati israeliani, che si rifiutavano di riconoscere l’esistenza del suo villaggio. Poi, nel 2019 arrivarono le prime ruspe e lui decise di cominciare a documentare, con l’aiuto di Hamdan, regista e attivista palestinese, e dei giornalisti israeliani Yuval e Rachel. Le mattine, a Masafer Yatta, sono scandite dall’arrivo di Ilan, un perito israeliano che sovrintende l’espulsione degli abitanti e la demolizione delle loro case. Talvolta, viene lasciato loro il tempo di prendere le loro cose, talvolta neanche quello. Non contano i pianti delle madri, o i volti disperati dei padri e dei figli: i palestinesi devono accontentarsi di vivere nelle grotte, o lasciare la loro terra per vivere nelle città sempre più affollate. L’esercito, spesso, fa anche razzia dei loro averi. Particolarmente scalpore ha fatto il caso di Harun, un giovane a cui hanno sparato perché voleva impedire che prendessero il loro generatore. Harun è riuscito a sopravvivere per qualche tempo, ma è rimasto paralizzato dalle spalle in giù, ed è morto qualche tempo dopo. Un altro aspetto evidenziato dal documentario è l’appropriazione illegale dei terreni da parte dei coloni israeliani, che giungono armati nei villaggi come se fosse la loro terra.

A causa delle proteste a cui ha partecipato, il padre di Basel è stato arrestato diverse volte, ma ha resistito ed è sempre riuscito a tornare dalla famiglia. Anche a Basel, ad un certo punto, viene detto che lo  andranno a prendere, ma lui non accoglie la notizia con pianti o grida, solo un gelido vuoto e la paura di non poter resistere alle prigioni israeliane. E’ sconvolgente la reazione della madre alla notizia,  semplicemente si offre di preparargli la borsa nel caso lo venissero a prendere. In fondo, cos’altro potrebbe fare?

Comunque, nonostante le minacce, i giornalisti continuano a filmare sia le demolizioni, sia la tenacia di un popolo che non è disposto a mollare tutto ciò che conosce, anche a costo di costruire di notte. È proprio così, racconta Basel, che la sua scuola è stata costruita, grazie all’idea di sua madre: l’esercito non permetteva loro di costruire, per cui donne e bambini lavoravano di giorno, mentre gli uomini di notte.

Durante il documentario è visibile anche un altro particolare, a cui spesso non si pensa: la sfiducia del popolo palestinese nei confronti dei giornalisti israeliani. D’altra parte, a detta loro, chi demolisce le loro case potrebbe essere un loro amico o un loro familiare. Tuttavia, il legame di amicizia che si incomincia a instaurarsi tra Basel e Yuval fa capire che è possibile andare oltre la nazionalità. Yuval vuole il cambiamento ed è frustrato dalle poche visualizzazioni che hanno i suoi articoli all’inizio, e così e Basel, anche se gli rimprovera di essere troppo frettoloso.

I produttori hanno spiegato che il film è stato girato prima del fatidico 7 Ottobre e che, dopo quella data, la distruzione di Masafer Yatta si è intensificata esponenzialmente. Proprio alla fine del documentario, vengono mostrati dei coloni armati che irrompono nel villaggio e uno di loro spara a un cugino di Basel. Anche Awdah Hathaleen, uno degli attivisti che ha contribuito a produrre il film, è stato ucciso da un colono.

No Other Land  è una storia di sacrifici, di gente distrutta che deve abbandonare la terra dei suoi avi perché un popolo straniero neanche li riconosce come umani, una storia di pianti e di grida. Ma è anche una storia di speranza, di due mondi che si incontrano per creare un futuro, di giornalisti che con le parole e le immagini tentano di sconfiggere i fucili. È la resilienza di un popolo che è pronto a ricostruire, ancora e ancora, anche quando i pozzi vengono riempiti di cemento. Questo documentario è la testimonianza diretta di chi sta vivendo realmente tale tragedia e ascoltare queste parole è essenziale per comprendere cosa stia succedendo davvero e cambiarlo.

Elena Notari

foto dal sito Assopace Palestina

Video. Il film palestinese-israeliano “No Other Land” vince l’Oscar per il miglior documentario

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