Caro studente,
rispondo alla tua lettera perché credo – anzi, no, perché vivo – in una scuola che è prima di tutto comunità educante e che per questo non fugge mai dal confronto diretto con gli studenti e con il loro sentire.
Non ho sempre insegnato in un liceo nella decina di anni di carriera che ho alle spalle, e ho insegnato anche alla scuola secondaria di primo grado; di tanti che ne ho avuti, non ricordo nemmeno uno studente o una studentessa che non lamentassero un carico di lavoro eccessivo fatto di compiti per casa, di argomenti da studiare, ricerche, temi da approfondire e chi più ne ha più ne metta. Non dico questo per sminuire in partenza ciò su cui la tua lettera porta l’attenzione, ma per ricordare a me e a chi legge che la fatica della scuola, da che mondo è mondo, è sempre esistita.
Non vorrei inciampare nella tentazione di raccontare la mia storia di studentessa con un’ottima media scolastica, atleta, impegnata nel sociale, e con una vita fatta di amici, fidanzati, uscite serali, ma mi pare inevitabile. I miei ricordi degli anni del liceo sono ancora piuttosto vividi e rammento distintamente l’immensa fatica, lo stress e i sacrifici a cui lo studio mi costringeva. Capisco, quindi, le difficoltà che descrivi, a partire dall’ossessione per il voto.
Ai miei tempi non c’era registro elettronico – strumento del demonio moderno che vorrei cancellare per sempre -, perciò i voti che ti venivano assegnati dai docenti li comunicavi ai genitori se e quando volevi: potevi anche non raccontare della versione di greco o dell’interrogazione di fisica gravemente insufficiente, o almeno potevi decidere il momento migliore per condividere l’accaduto in famiglia. Non ricevevo pressioni dai miei genitori, ma ero fortemente preoccupata all’idea di un’insufficienza e ugualmente motivata dal desiderio di prendere un buon voto, a volte in modo non sano, lo riconosco con lucidità.
Tuttavia, almeno nelle materie che amavo, non studiavo “per la verifica”, studiavo perché le parole di quella tragedia letta in classe avevano scatenato un fiume in piena di riflessioni, i versi di quella poesia mi si erano stampati dentro a lettere di fuoco, perché la bellezza di quella statua o di quel quadro ancora mi vibrava davanti agli occhi. Studiavo perché non potevo farne a meno. E quando le cose che dovevo studiare non mi avevano conquistata in modo così poetico e commovente, studiavo perché era il mio dovere e perché sapevo che le cose belle e importanti non sono sempre piacevoli in ogni loro aspetto, le cose belle e importanti esigono fatica, in primis, sempre.
Capitava poi, qualche volta, che mentre studiavo per assolvere al mio dovere, “per la verifica”, come hai detto tu, mi imbattessi in un concetto, una notizia, una consapevolezza a cui, se non mi fossi costretta a studiare, non sarei mai arrivata. La conoscenza è come un cestino di ciliegie: una tira l’altra, è impossibile fermarsi, e a un certo punto ti chiedi persino perché dovresti fermarti; finché ce n’è, si mangia.
Studiare, in fin dei conti, è come risalire il sentiero di una montagna per ore: a volte la salita ti costringe a fermarti per riprendere fiato – e la tentazione di mollare tutto è fortissima-, a volte il sole picchia impietosamente, altre la discesa mette a durissima prova ginocchia e muscoli; ma se resisti e arrivi in cima, magari nelle nostre Dolomiti, il cuore sprofonda a valle quando abbracci con lo sguardo tutta quella bellezza e pensi con orgoglio e soddisfazione: “io sono arrivato qui sulle mie gambe”.
L’appagamento che segue l’aver fatto qualcosa di davvero difficile, senza farsi sconti, a mio parere non ha eguali. E non sono del tutto sicura che una scuola senza voti, verifiche e interrogazioni accompagnerebbe gli studenti verso quel tipo di soddisfazione. Temo che sarebbe troppo alto il rischio che un adolescente, non “costretto” dalle necessità, preferisca tutto ciò che la giovinezza offre di piacevole, invece della fatica e dei sacrifici dello studio. D’altro canto, a sedici anni, forse, avremmo tutti scelto di fare altro che passare interi pomeriggi a studiare. Tuttavia, come mi ripetevo: “questo è un liceo”, nessuno mi aveva detto che sarebbe stato facile o che non avrebbe richiesto tanto del mio tempo. Sono scelte, quelle che facciamo per la nostra formazione. Io ho valutato che non volevo altro.
Hai menzionato come modello di istruzione alternativo quello finlandese dove, scrivi, la valutazione è più formativa che punitiva. Sorvolando sul fatto che non ho abbastanza conoscenze del modello finlandese per argomentare nel merito, mi soffermo sull’aggettivo che hai scelto per definire la valutazione nel sistema scolastico italiano.
Non capisco in che modo le nostre valutazioni siano punitive: la valutazione che assegno a unə studentə fotografa uno stato di cose che non è immutabile (è proprio perché non è immutabile che il mio mestiere esiste!), indica allə studentə quanto sia vicino o lontano a un traguardo di competenza. Nelle mie intenzioni di insegnante ingenua e idealista il voto è come una bussola che ti aiuta ad orientarti nel vasto oceano della conoscenza e dell’apprendimento; non ti qualifica in modo indiscutibile, non definisce in modo assoluto la tua intelligenza, fotografa quello che sai fare in un dato momento, punto. Davvero non riusciamo a credere al fatto che unə studentə non è il voto che prende?
Forse il punto è che qualunque valutazione insufficiente viene interpretata come una punizione, una ferita al proprio ego? Io credo che assegnare una valutazione non sia una forma di punizione; credo, piuttosto, che non essere onesti con i proprə studentə anche nelle valutazioni sia un grande tradimento. In prima superiore mi capita di dover maneggiare la rabbia e la frustrazione di studenti e studentesse che erano abituatə a voti altissimi e che davanti alle mie insufficienze sono, comprensibilmente, disorientatə. Eppure, quel voto negativo, quando riesco a guadagnarmi la fiducia di chi lo ha preso, piano piano si trasforma in sufficienza, in un bel voto, talvolta anche in un ottimo voto. E la soddisfazione stampata negli occhi di chi ha fatto questo percorso faticoso è una delle cose più belle che il mio lavoro mi regala. Ecco perché non penso alla punizione, quando penso ai voti. Penso alla gioia di aver accompagnato qualcuno che non sapeva come farlo nel meraviglioso posto in cui è profondamente soddisfatto di sé. Ho peraltro l’assurda convinzione che, se aveste idea di quanto ardentemente un bravo docente desidera prima di tutto vedervi autonomi, capaci, competenti, appassionati, incuriositi, sareste disposti a farvi valutare e interrogare anche cinque volte al giorno, senza angoscia.
Chiedi nella tua lettera un sistema valutativo in cui lo studente è accompagnato, non incalzato e valutato ad ogni passo. Ecco, su un aspetto mi trovi tristemente d’accordo: i tempi della scuola non sono compatibili con i tempi di un buon percorso di apprendimento che affianchi e aspetti tutti, quelli che capiscono e imparano velocemente e quelli che capiscono e imparano per errori e tentativi, lasciando che le cose si sedimentino con calma e diventino un possesso per la vita. Vorrei avere la possibilità di stare più tempo a tu per tu con i miei studenti, di dare loro consigli personalizzati, di capire le loro attitudini, potenzialità, interessi, insicurezze. La scuola troppo spesso è una corsa, e questo la rende odiosa, ci rende odiosi, noi prof. con l’ossessione del programma da rispettare – che, per inciso, non esiste più da tempo-, dei voti da avere, delle attività da fare. Se c’è una cosa che chiederei a gran voce anche io è questa: il diritto alla lentezza, alle pause, al ritmo calmo delle cose belle come il pane che lievita in una madia.
Come fare? Non lo so, francamente.
Il secondo punto che tocchi, onestamente, fatico un po’ a commentarlo per almeno un paio di ragioni; parli di una politicizzazione della scuola che definisci crescente. Crescente rispetto a quando, prima di tutto?
Ma anche ammesso di trovarci nel mezzo di un aumento di questa tendenza, esattamente cosa intendi con “politicizzazione della scuola”? Perché io, certamente condizionata dal mio amore per le parole e la loro etimologia, quando penso all’aggettivo “politico” penso a qualcosa di bellissimo: il legame con la comunità della propria polis, della propria città.
Mi è chiaro, credo, cosa tu contesti: il fatto che un docente possa schierarsi ed esprimere apertamente la propria posizione rispetto a un fatto storico, a un personaggio, a un evento di attualità e che possa stigmatizzare la posizione di studenti che, invece, non condividono determinate posizioni.
Ecco, semplificando un po’ perché è una lettera e non un trattato: ci sono questioni su cui non si discute o non si dovrebbe discutere. Si chiamano valori condivisi, sono i capisaldi di una società, elementi di civiltà frutto di conquiste; io temo che il relativismo cognitivo tipico della modernità abbia generato una pericolosissima convinzione: siamo liberi di pensare tutto e il contrario di tutto, di abbracciare qualunque opinione nel nome della libertà. No. Non possiamo, se siamo una società civile che protegge suddetti valori. Alludo a un certo revisionismo storico, alla minimizzazione del ricorso alla violenza, alla tendenza a dimenticare che sull’antifascismo, per esempio, è fondata la nostra Repubblica.
Se politicizzare la lezione significa difendere l’applicazione dei diritti umani o espormi condannando chi li nega, allora sono la capofila dei docenti che politicizzano le lezioni.
Ma preferisco dire che difendo con le unghie e con i denti il diritto e il dovere di ognuno di rimanere umano.
Beatrice Ghiretti, una prof. qualunque





