Chi è che non si è sentito almeno una volta nella vita come se vivesse sotto una campana di vetro? A queste persone consiglio di leggere “La campana di vetro” di Sylvia Plath.
Penso di essere sotto una campana proprio in questo momento e leggere questo libro mi ha fatta sentire meno sola, capita.
Esther, la protagonista del romanzo, è una ragazza che fin da piccola eccelleva in tutto: era la prima della classe, aveva obiettivi chiari, vinceva borse di studio. A diciannove anni, grazie a una di queste, si ritrova a svolgere uno stage per la redazione di una rivista di moda nella grande New York. Cosa c’era che non andava quando tutto, all’apparenza, sembrava perfetto? Stava finalmente realizzando i suoi sogni, era arrivata a un punto invidiabile, ma qualcosa dentro di lei era cambiato.
Non riusciva più a svolgere i suoi doveri con l’entusiasmo di prima. Non era una stanchezza fisica, ma mentale. Esther aveva sempre immaginato il suo futuro con chiarezza: ottenere una grande borsa di perfezionamento, fare carriera in ambito universitario, scrivere poesie e lavorare in una casa editrice o in una rivista. Ma quando le posero la fatidica domanda: “Che progetti hai dopo la laurea?”, rispose semplicemente: “Non lo so”. Fu uno shock anche per lei, perché in quell’istante capì che quelle parole erano vere.
In questa fase della mia vita mi sento come lei e penso che molti miei coetanei provino lo stesso. Sono sempre stata la figlia “brava a scuola”, la ragazza indipendente, piena di talenti; tutti continuavano a dire che avevo un futuro brillante davanti. Qualcosa poi iniziò a cambiare piano piano, questo processo non sò quando ebbe inizio ma quest’anno è stato il suo culmine: il filo che mi teneva era corroso ed è diventato sottile fino a spezzarsi. Tutti i miei castelli sono crollati, le mie certezze si sono trasformate in incertezze, i miei sogni sono diventati irraggiungibili. Nella mia testa c’era il vuoto più totale. Le aspettative degli altri erano troppe e io non ero abbastanza. Cosa volevo davvero dalla vita?
Ero circondata da persone con le idee chiare, che parlavano continuamente di futuro, università, carriera. Io mi sentivo come un estranea, rinchiusa in una stanza senza finestre. Ero la sola che non sapeva cosa fare nella vita, la sola ad aver perso le ambizioni, ad aver perso la voglia, eppure la mia vita era “apparentemente” perfetta: avevo una famiglia che mi dava tutto e mi voleva bene, dei bei voti, tanti amici. Allora perché non mi sentivo completa? Perché provavo questi nuovi sentimenti negativi verso il mondo e mi sentivo incompresa?
Questo libro mi ha fatta sentire meno sola. Mi ha fatto capire che là fuori c’è altra gente come me, che ha paura di un futuro ignoto. Plath riesce a esprimere questo sentimento con una metafora potentissima: l’albero di fichi.
“Vidi la mia vita diramarsi davanti a me come il verde albero di fico del racconto. Dalla punta di ciascun ramo occhieggiava e ammiccava, come un bel fico maturo, un futuro meraviglioso. Un fico rappresentava un marito e dei figli e una vita domestica felice, un altro la famosa poetessa, un altro la brillante accademica, un altro ancora Esther Greenwood, direttrice di una prestigiosa rivista (…) E vidi me stessa seduta sulla biforcazione dell’albero, che morivo di fame per non saper decidere quale fico cogliere. Li desideravo tutti allo stesso modo, ma sceglierne uno significava rinunciare per sempre a tutti gli altri, e mentre me ne stavo lì, incapace di decidere, i fichi incominciarono ad avvizzire e annerire, finché, uno dopo l’altro, si spiaccicarono a terra ai miei piedi.”
In un mondo in cui le possibilità sono infinite, in cui vuoi essere tutto, finisci per essere niente e l’indecisione diventa paralizzante. Il tempo non aspetta, non è misericordioso: scorre e con lui anche le opportunità. Così si rimane immobili davanti all’incertezza e alla paura, fermi sotto una campana di vetro.
La paura che mi aveva avvolta mi faceva sentire come se fossi ricacciata sempre più in fondo a un sacco nero, senza aria e senza fine. Ho cercato di nascondere ciò che provavo, ho iniziato a fregarmene di tutto, mi sono chiusa da sola sotto quella campana. Ho perso passioni, entusiasmo, motivazione, convincendomi che se il destino avesse voluto, le cose sarebbero accadute da sole. Ma non è così: siamo noi a scegliere il nostro destino.
Non ci si può nascondere per sempre sotto una campana di vetro a respirare aria tossica, perché prima o poi quella stessa aria uccide. Bisogna stringere i pugni e rompere il vetro. Bisogna afferrare i fichi prima che appassiscano e succhiarne il succo, succhiare il midollo della vita, perché anche se è difficile, la vita è una sola.
Consiglierei questo libro a tutti gli adolescenti che, come me ed Esther, vivono questa indecisione, questa paura del futuro, che perdono loro stessi e sono rinchiusi in una campana di vetro. Ricordatevi che non siete soli e non siete gli unici: facciamoci forza, prendiamo a pugni questo vetro che ci imprigiona e viviamo la vita respirando aria vera.
Io non ho ancora trovato una risposta alle mie domande, però ora ho frantumato la prigione che mi stava soffocando, ho disperso le nuvole che coprivano il sole e come un bambino sto ricominciando a camminare in questo mondo, ma questa volta non sono sola. Mi tengono per mano i miei amici, la mia famiglia e tutte le persone che si sentono come me ed Esther.






