Va, metti una sentinella

“Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione dove non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per ciò che la loro persona contiene. Io ho un sogno oggi!”

Ecco qualche riga tratta da I have a dream, un discorso colmo di speranza e coraggio tenuto da Martin Luther King il 28 agosto 1963. Pronunciò queste parole a conclusione della marcia per il lavoro e la libertà da lui stesso organizzata. I suoi desideri -come soleva ripetere- erano radicati nel sogno americano, nonostante vivesse in uno Stato profondamente razzista e discriminante, in cui gli afroamericani erano emarginati e privati dei più basilari diritti civili. Martin Luther King e tanti altri neri (e anche qualche bianco) si sono battuti per l’emancipazione degli afroamericani all’insegna della non-violenza, malgrado, sono morti per la libertà. Oggi -4 aprile- è l’anniversario della morte di questo grande eroe, ucciso da un colpo di fucile da un fanatico razzista. Oggi, il mio sogno è quello di ricordare la sua figura e di parlarvi di uno dei miei romanzi preferiti, Il buio oltre la siepe, pietra miliare della letteratura americana. 

Martin Luther King nasce il 15 gennaio 1929 ad Atlanta. Come lui, il padre è un pastore e la madre una maestra. Da bambino gioca con i suoi vicini e compagni di scuola bianchi, ma dalle scuole elementari capisce che non sarà più possibile farlo: la vita degli afroamericani, soprattutto nel Sud, significa vivere la segregazione razziale. Durante l’adolescenza frequenta il Morehouse College, dove un insegnante gli dona un barlume di speranza. Dice al giovane King che la fede è l’unico modo per sopravvivere, poiché Dio ama anche i “fratelli neri”. Dunque, decide di iscriversi al seminario di Chester in Pennsylvania, e, dopo il liceo, studia all’ università di Boston e spera di diventare pastore. Conosce una ragazza, Coretta Young, con cui si sposa nel 1953. Si trasferiscono a Montgomery, in Alabama, per combattere l’intolleranza razziale e le leggi Jim Crow. Aderisce alla NAACP, una delle prime organizzazioni per l’indipendenza degli afroamericani. Entrambi desiderano fare la differenza e cambiare davvero qualcosa nella vita dei loro coetanei. King è ispirato nella non-violenza praticata da Ghandi, che si contrappone al modello di lotta dei neri musulmani di Malcom X. Comincia ad avere sempre più seguito, finché, nel 1955, si ha una svolta. Entra in contatto con Rosa Parks, arrestata per essersi seduta in un posto sull’ autobus riservato ai bianchi. Martin Luther King organizza, allora, un boicottaggio dei mezzi pubblici, per altro utilizzati soprattutto da neri. È un successo: la Corte Suprema dichiara illegale la segregazione sui mezzi pubblici. Nonostante ciò, l’odio nei suoi confronti continua a crescere, viene più volte arrestato (alcune volte le cauzioni vengono pagate dal presidente Kenndy) e subisce attentati. Dopo la morte del presidente Kennedy, viene eletto Johnson. Il neopresidente non ha interessi di fatto nell’ indipendenza degli afroamericani e ogni sua azione è volta a mettere in una buona luce la sua immagine.

Nel 1963 Martin Luther King guida una grandiosa marcia antirazziale a Washington. La manifestazione si conclude di fronte alla statua del presidente Lincoln, un pioniere nell’abolizione della schiavitù nel periodo della secessione. Proprio lì, King tiene il suo celeberrimo I have a dream. Alla marcia partecipano anche personalità come Bon Dylan e Joan Baez. Questo fatto accelera l’emanazione del Civil Rights Act del 1964. Martin Luther King, nello stesso anno, vince il Nobel per la pace e nel 1965 organizza la Marcia su Selma, fondamentale per l’estensione del voto a tutti i neri d’America. In questi ultimi anni di vita, King continua a combattere nonostante le vittorie già ottenute, perché i diritti non sono affatto scontati. Nel 1968 muore assassinato a Menphis da un affiliato di Cosa Nostra statunitense per un colpo di fucile. In fondo, non è davvero morto, perché per lui la vita finiva “il giorno in cui si sta zitti di fronte alle cose che contano”, per citare le sue stesse parole. 

Mi sono appassionata a questa figura e al problema razziale quando ho letto per la prima volta Il buio oltre la siepe di Harper Lee. È un romanzo famoso, ma non se ne parla mai abbastanza, soprattutto adesso che è stato censurato in diversi Stati membri degli USA. Pubblicato nel 1960, narra di una storia che si svolge dal 1933 al 1935 a Maycomb, immaginaria città dell’Alabama. La trama è parzialmente ispirata alla vita dell’autrice e a fatti realmente accaduti nel Profondo Sud. Chi narra la vicenda è Jean Luise Finch detta Scout, una bambina che vive con il fratello Jem e il padre Atticus, avvocato di professione. Atticus è un personaggio straordinario, un uomo colto che insegna ai figli la tolleranza. È un uomo che appare distaccato, ma è sensibile e affettuoso, ma, soprattutto, onesto e integro. I due fratelli hanno anche un amico -Dill- ispirato a Truman Capote, grande amico della Lee. La storia vede due vicende parallele e contemporanee. La prima è più legata ai tre bambini: sono attratti dalla misteriosa figura di Boo Radley, il vicino di casa, che vive segregato in casa da suo padre. La seconda, invece, è un caso razziale che segue Atticus Finch. Un bracciante nero, Tom Robinson, viene accusato ingiustamente di aver stuprato una ragazza, Mayella Ewell. Atticus, nonostante abbia tutti contro, riesce a dimostrare la sua innocenza. La corte, tuttavia, condanna ugualmente Tom, e tutti pensano che Atticus sia un negrofilo. Harper Lee ci mostra dinamiche sociali tra i bianchi di vario genere: le donne dell’epoca, la povertà e l’ignoranza. Il signor Ewell, padre di Mayella, rappresenta al massimo la cattiveria dettata dall’ignoranza, e così come tutti i compaesani razzisti, figure deboli. 

All’inizio del libro Atticus dice che compiere azioni cattive immotivate contro chi è indifeso sarebbe come uccidere un uccellino carino come un usignolo, che non fa male a nessuno. Proprio questa frase dà il titolo originale all’opera, To Kill a monckingbird. Il monckingbird è  un tordo beffeggiatore, che però non esiste in Italia; dunque hanno nominato il romanzo Il buio oltre la siepe per rappresentare la paura dell’ignoto che si manifesta verso Boo Radley e i neri.

È un libro che può cambiarvi la vita. Vi consiglierei anche un famoso film su Il buio oltre la siepe, con Gregory Peck come Atticus Finch.  L’autrice, Harper Lee, oltre a questo romanzo ha scritto una serie di racconti e il seguito del nostro To Kill a Monckingbird, chiamato Va, metti una sentinella, che racconta la vita da adulti dei protagonisti del libro precedente.

Scout torna a Maycomb e scopre che le persone che adorava, compreso il padre, hanno difetti e pregiudizi che lei non condivide. Il titolo, a parer mio, è meraviglioso. È tratto da un passo della Bibbia e significa che noi dobbiamo essere la nostra bussola morale, la sentinella è la nostra coscienza individuale. Dunque ogni giorno dobbiamo scegliere da che parte stare con il nostro codice morale.  Non possiamo affidare le nostre scelte a un’altra persona. Per fare la differenza dobbiamo seguire cosa ci dice la nostra integrità morale. In fondo, come diceva Martin Luther King, il problema non è la meschinità dei cattivi, ma l’indifferenza dei buoni.  È una nostra scelta, abbiamo il potere di decidere. Lasciamo parlare la nostra coscienza. E se c’è una cosa che ho imparato da Atticus è che la coscienza è l’unica cosa che non deve piegarsi al volere della maggioranza.

Gaia Ossimprandi 1M

 

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