Aprendo instagram e scorrendo tra i post suggeriti uno in particolare ha attirato la mia attenzione: “EU weapons for EU defence”. Il post, pubblicato dall’account “european parliament” il 19 dicembre, dice che l’Europa ha bisogno di sapersi difendere con le sue armi e che una grossa fetta del parlamento ha votato per adottare alcune parti del progetto “ReArm Europe Plan”. Tale piano ha l’obiettivo di trasformare l’industria bellica in una “economia di guerra” e di rendere autonoma l’Europa sul piano della produzione interna di armi. Per raggiungerlo sono stati stanziati 800 miliardi di euro e si è varato un piano specifico, l’EDIP (European defence industry programme). Inoltre tale progetto nasce dalla convergenze di tre paure: la minaccia russa, la possibilità concreta che gli USA diminuiscano il loro impegno nella NATO e l’esaurimento delle scorte di munizioni che consentirebbero solo pochi giorni di guerra ad alta intensità.
Il 5 dicembre dunque non è una data qualunque per la Germania. In oltre 60 città, da Berlino a Monaco, il “Schulstreik” (sciopero scolastico) promette di paralizzare il sistema educativo. Al centro della protesta c’è la nuova legge sulla leva militare, un sistema ibrido che ha riacceso timori che sembravano sepolti con la fine della Guerra Fredda. Il governo tedesco, guidato dal Cancelliere Friedrich Merz e sostenuto da una coalizione decisa a riportare la Bundeswehr ai vertici della potenza militare continentale, ha varato una riforma che rompe il tabù dell’abolizione della leva del 2011. Il meccanismo è chirurgico: a partire dal biennio 2026/2027, ogni maschio diciottenne riceverà un questionario obbligatorio. Se il numero di volontari, attratti da stipendi di 2.600 euro lordi e benefit come il conseguimento della patente, non dovesse bastare a raggiungere l’obiettivo di 460.000 unità entro il 2029, scatterà un sorteggio obbligatorio. È proprio questa “lotteria” a spaventare i giovani perché reclamano il proprio diritto di rifiutarsi di andare in guerra e quindi di andare incontro a un futuro travagliato che nel migliore dei casi porterebbe il soldato ad avere una serie di problemi di natura psicologica o nel peggiore a morire.
Ma per quale motivo un ragazzo di approssimativamente vent’anni dovrebbe accettare di andare in guerra? Per quanto mi riguarda non riesco a trovare delle valide motivazioni. In primis la storia ci insegna che il popolo decide di imbracciare le armi mosso dall’ardore e dal coraggio solo nel caso in cui sia in pericolo il proprio paese e non è questo il caso. Inoltre potrebbe essere percepita come una questione non prioritaria e risolvibile con la diplomazia, senza spargimenti di sangue.
In netto contrasto con l’automatismo tedesco, l’Italia sta tracciando una rotta diversa. Il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha presentato un progetto per una Riserva nazionale ausiliaria composta da 10.000 unità. La natura è esclusivamente volontaria e verrebbe sfruttata solo nel caso di emergenza nazionale e difesa interna, senza coinvolgimento in operazioni all’estero. Infatti l’obiettivo italiano non è il reclutamento forzato, ma la creazione di una sorta di “scudo” di cittadini addestrati pronti a intervenire in caso di crisi. Questa politica può quindi essere sintetizzata con l’espressione “ strategia della deterrenza” per agire in caso di pericolo. Tale dinamica viene giustificata dalla premier italiana Giorgia Meloni con la frase latina “Si vis pacem, para bellum”, utilizzata come pilastro per motivare l’aumento delle spese militari. Quindi, se da un lato leader come Crosetto e i vertici della NATO vedono nella preparazione militare l’unico modo per scoraggiare aggressioni esterne, dall’altro voci critiche come quella di Vincenzo De Luca, presidente della regione Campania, insieme a diversi movimenti studenteschi vedono in questo linguaggio un ritorno a logiche superate dalla storia.
Il contrasto è evidente: da una parte vi è la necessità strategica dei governi di rispondere a un panorama geopolitico instabile, dall’altra una generazione che, dopo aver vissuto la pandemia e la crisi climatica, non accetta di vedere il proprio futuro deciso da un sorteggio militare. La “battaglia di Berlino” del 5 dicembre è stata perciò il termometro per capire quanto l’Europa sia disposta a sacrificare in nome della sicurezza collettiva.
Gian Carlo Bia
Immagini prese da: agenzianova.com e remocontro.it
Fonti: https://www.zdfheute.de/politik/deutschland/schueler-proteste-wehrdienst-deutschlandweit-100.html ; https://www.lindipendente.online/2025/12/03/germania-gli-studenti-lanciano-lo-sciopero-contro-il-ritorno-del-servizio-militare/; https://www.avvenire.it/politica/la-spinta-del-governo-sui-piani-di-riarmo-programmati-35-miliardi-di-spesa-in-piu_102769 e https://www.instagram.com/p/DScN7aNlhTz/?igsh=b2hnZzVqOTIycjl5






