“È uno schiavo. Ma forse è libero nell’animo.
È uno schiavo. E questo lo danneggerà?
Mostrami chi non lo è: c’è chi è schiavo della lussuria, chi dell’avidità, chi dell’ambizione, tutti sono schiavi della speranza, tutti della paura.
… nessuna schiavitù è più vergognosa di quella volontaria”
- Epistola a Lucilio 47, 17
Chi è formalmente libero può essere uno “schiavo”?
Tra i vari temi filosofici trattati da Seneca spicca, nelle “Epistole a Lucilio”, quello della schiavitú. L’epistola numero 47, in particolare, costituisce una sorta di piccolo trattato ontologico sulla condizione di schiavitù sulla base del principio di uguaglianza di natura.
Al suo interno Seneca espone un’argomentazione estremamente attuale: “schiavo”, oltre ad essere qualcuno che appartiene del tutto ad un padrone e che non ha quindi alcuna libertà, è anche colui che è completamente dominato dalle passioni e dai vizi.
Oggi si sente spesso parlare di dipendenza da smartphone: che sia per scorrere sui social, giocare ai videogame o chattare con gli amici, le ore che ciascuno passa davanti a uno schermo sono in media un numero spaventosamente alto. Non si tratta di uno strumento da demonizzare, ma è necessario essere coscienti della dipendenza che può causare e non cadere nella lotta costante tra noi stessi e la voglia di affondare nel suo piccolo schermo.
Ognuno è, in misura diversa, uno “schiavo volontario”, ovvero colui che secondo Seneca è soggiogato dalle emozioni, condizione tanto più vergognosa quanto più dipendente dalla personale responsabilità, che tocca nell’intimo chi ne soffre al di là del ceto sociale di appartenenza.
di Copelli, Tosiani, Colla
in copertina Thomas Dworzak Pokémon Go! Players. Jardin des Plantes, Paris, France. August, 2016. Magnum Photos






