Che dire di questo finale di Stranger Things? A molti è piaciuto e ad altri non ha soddisfatto per molteplici motivi.
La prima cosa che non ha convinto alcuni è stata la battaglia finale, considerata troppo corta, ma d’altra parte, dopo tutte queste stagioni, i nostri personaggi si sono tutti fatti più forti e hanno scoperto i punti deboli di Vecna. Infatti quest’ultimo è stato indebolito sia mentalmente, nella caverna, che fisicamente.
La seconda si basa sul fatto che tutte le teorie, formulate prima dell’uscita dell’ultimo episodio, secondo alcuni fossero migliori e che quindi questa conclusione li abbia delusi. Io non mi sono fatto influenzare e ho potuto godermi questo finale, fatto coi fiocchi, senza troppe aspettative che avrebbero rovinato l’entusiasmo come è successo ad alcuni.
La terza questione che non ha convinto è il “lieto” fine irrealistico, senza “quasi” nessuna morte. Vorrei ricordare il fatto che niente è reale e che avere un finale del genere ogni tanto non è male. Inoltre tutte le possibili morti che potevano succedere, come la caduta di Steve o Dustin che viene schiacciato dal Mind Flayer, sarebbero state stupide, non avrebbero dato niente ai personaggi (come quella di Eddie che ha deciso di non scappare più).
La quarta è la presenza di alcuni “buchi di trama” come l’assenza di creature nel sottosopra o la questione del laboratorio con le donne incinte nel sottosopra. Nella stagione non viene detto nulla riguardo la scomparsa dei mostri, ma i fan hanno sviluppato molteplici idee basate su ciò che ci è stato presentato. Entrambe le teorie fanno presente il fatto che Vecna abbia mandato pochi demogorgoni, ma mirati, e che, quando voleva prendere Max, ha spedito solo dei democani: con ciò, si vuole arrivare al fatto che Vecna fosse a corto di creature e le ragioni possono essere due. Nella prima si pensa che il Mind Flayer abbia usato la carne dei mostri, come è successo nella stagione 3, al posto di quella umana. La seconda invece dà il merito al lavoro del gruppo della dottoressa Kay, il quale con i continui esperimenti ha sterminato la popolazione nel sottosopra. Per quanto riguarda le donne incinte, la spiegazione ci viene detta indirettamente . Infatti El si è “sacrificata” per porre fine agli esperimenti e al possibile ritorno del sottosopra; tutto il laboratorio dentro di esso doveva essere distrutto per arrivare a quell’obiettivo.
Questi erano alcuni buchi di trama che volevo spiegare, ma ce ne sono altri che effettivamente non hanno senso come gli appunti del Dottor Brenner riguardo al sottosopra nel sottosopra.
Cosa penso però del finale aperto? Io voglio credere nella teoria di Mike.
Molti dicono però è impossibile, per il fatto che Kali era morta e che non poteva sapere quando sarebbero arrivati al portale. Quelli che sostengono la teoria di Mike come me hanno messo in evidenza il fatto che non si è visto effettivamente l’ultimo sospiro di 08 e, secondo alcune ricerche che ho fatto, per morire di emorragia per un colpo in pancia ci vogliono circa 30 minuti, se non medicato. Voglio pensare che Kali sia riuscita a sopravvivere fino al loro arrivo e che fosse stata in contatto con Undi attraverso la mente.
A proposito di mente, Undi l’ha usata per parlare con Mike, però non le si è visto sanguinare il naso e di solito le serviva una benda per usare quel potere. Inoltre l’attrice Millie Bobby Brown si è tatuata veramente “011” nell’avambraccio, ma nella scena non lo aveva, quindi hanno dovuto intervenire apposta per toglierglielo.
Questi 40 minuti di epilogo erano necessari perché alla fine Stranger Things non è solo una serie riguardo al sconfiggere il male, ma il suo cuore sono i personaggi. E devo dire che Mike, nonostante sia il più grande narratore, ha ricevuto il più grande dolore, oltre ad Hopper, un dolore che abbiamo potuto sentire anche noi dietro ai nostri schermi. Nonostante tutto io voglio credere a lui e spero che condividiate la mia idea.
Stranger Things non è stata solo una serie, ma la mia adolescenza.
Agi Mathias
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Ho visto l’ultimo episodio della quinta stagione il primo giorno dell’anno. Non è la serie della mia adolescenza, come ha scritto Agi, però è la serie che riprende moltissimi miti della mia adolescenza: canzoni, abiti, abitudini. Giocare per lunghi pomeriggi con le amiche, poche e sempre le stesse a giochi immaginari, muoversi esclusivamente in bicicletta, vestire con colori vivaci, vivere in contesti piccoli dove ci si conosce tutti o quasi. Niente cellulari, niente internet, ma solo la televisione che trasmette programmi a certi orari (non puoi insomma aprire netflix dalla tua cameretta alle due di notte) e la radio, le cassette da registrare con le canzoni che ti piacciono e che regali a qualcuno che ti piace. Dunque anche chi ha visto la serie come me, da un punto di vista più “laterale” rispetto agli appassionati di più giovane età, aspettava con grande interesse il finale, e devo dire che non sono stata affatto delusa.
Intanto i quaranta minuti post battaglia: odio i film in cui la storia si chiude sul più bello; nel lungo finale di episodio, ogni personaggio viene messo a fuoco singolarmente, mesi dopo: la vita continua e ognuno fa i conti con la realtà, si evolve, trasloca, ma gli amici sono sempre lì, o promettono di restare. E questi pomeriggi passati con gli amici a stare insieme, a battersi contro il male (reale o su un tabellone da gioco), a parlare, a pensare a un piano, raccontano di un modo sano di affrontare le cose (per quanto insane siano). Insieme cioè.
Dunque sono contenta che non sia morto nessuno, che la povera Eleven se ne vada forse in giro in anonimato per altipiani; in verità non era molto credibile che dopo aver scatenato un’apocalisse tutti quanti felicemente si ritrovassero nel seminterrato. E d’altra parte, risucchiata dall’abisso o viva, come dice al suo papà, la scelta è stata sua: tutto quello che le serve è che suo padre si fidi di lei. E come riassumere meglio le dinamiche (sane) tra un genitore e una figlia adolescente: magari salva il mondo e se stessa, magari fallisce ma non è più una bambina e nessuno può più proteggere, o sostituirsi, o sacrificarsi al posto suo.
Se andiamo quindi all’epica esplosione finale, mentre la regia inquadra un personaggio dopo l’altro facendoci apprezzare un cast di attori anche fisicamente diversissimi e quindi perfetti insieme (e quanta fatica facciamo invece ad accettare le nostre diversità), mentre El sprofonda nell’abisso o chissà, la scena clou insomma, ecco che risuonano le note di Purple Rain, la canzone perfetta per la fine del mondo, rosso e blu, due colori iconici della serie, che si mescolano e piovono in un misto di nostalgia e rivalsa, viola appunto, il che mi ricorda che le canzoni di quando ero una ragazzina erano più che canzoni, erano interi mondi e c’erano parole, musiche, artisti con cose da dire e qui nessuno mi convincerà che la musica di adesso possa in qualche modo paragonarsi a quella. Insomma, la colonna sonora è una delle cose più belle di questa serie.
Chiudo con la meravigliosa Winona Rider che armata di ascia, mette la parola fine al mostro, decollandolo senza alcun ripensamento. Va bene il tentativo poco riuscito di farci provare pietà per Henry, che per altro era già da piccolo un certo criminale, però la scelta di far chiudere a lei la questione, mi è piaciuta moltissimo. Non ha super poteri, è solo una madre, ma è l’unico adulto del gruppo, ed è come a dire che le spetta farlo. I ragazzi lottano per riavere il loro mondo, gli adulti fanno quello che gli adulti dovrebbero fare. Sono lì di fianco, non si arrendono, non si tirano indietro. Voto: 10.
Maria Borelli
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Ho guardato l’ultimo episodio anche io il primo dell’anno, come se volessi iniziarlo chiudendo qualcosa di importante. E, come ha detto Agi, il problema principale restano i buchi di trama: sono quelli che alla fine mi hanno lasciato con quella sensazione di incompiuto.
Detto questo, secondo me il finale è stato comunque bello ed emozionante, capace di colpire nel profondo. Una delle cose scritte meglio in assoluto penso sia il rapporto tra Undi e Hopper: vero, intenso, costruito con una delicatezza rara. Un rapporto padre-figlia descritto benissimo, un rapporto vero, puro, difficile. Ogni volta che Hopper diceva o scriveva qualcosa di importante, per me era impossibile non emozionarmi; erano momenti che mi arrivavano dritti al cuore.
Allo stesso tempo, però, non posso dire che mi abbia convinto del tutto. Non penso servano morti inutili, come quelle supposizioni di Dustin o di Steve, soprattutto perché sono personaggi legati da un’amicizia fortissima, incondizionata e scritta benissimo. Proprio per questo, per la capacità di scrittura e di coinvolgimento dei Duffer Brothers credo si potesse fare qualcosa di diverso, un finale migliore, forse più coerente, più comprensibile.
So che il finale è coerente al gioco D&D, perchè è un gioco di basato sulla speranza, sulle supposizioni, sulla teoria, ma io da spettatrice ho bisogno di sapere, di chiudere questo capitolo, di poter dire addio con il cuore…
Alla fine però torno sempre a Mike: io credo nella sua teoria, anche perché mi ero affezionata tantissimo a El e mi fa male pensare che si sia sacrificata. Forse è anche per questo che faccio molta fatica ad accettare come teoricamente siano andate le cose. Però una cosa è certa: non si può dire che i personaggi non siano stati scritti alla perfezione, e che tutte le dinamiche tra loro non siano state spiegate e costruite in modo profondo e credibile.
Ausi Pulci
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L’ultimo episodio di Stranger Things: un modo per chiudere un anno e iniziarne uno nuovo, anche io ammetto di averlo visto il primo giorno del 2026, ed è stato un finale incredibile.
La battaglia finale è stata davvero un momento altalenante, tutti si sono riusciti a salvare in qualche modo, e anche se i piani della squadra venivano mandati in frantumi da Vecna, riuscivano a trovare un modo per rialzarsi e andare avanti. Il momento migliore è stato quando Vecna, finalmente, è stato ucciso: mentre Joyce gli dava i colpi di grazia, numerosi sono stati i flashback che ricordavano il dolore di ciò che Henry aveva causato, tutti i traumi, tutte le morti degli amici, tutte le sfide a cui erano andati incontro. Lì si poteva percepire l’odio, l’odio collettivo verso quella creatura, che voleva distruggere tutto e tutti, per “ricreare” un suo mondo, ma anche la voglia di farla finita: non c’era uno tra i ragazzi che fosse spaventato da lui, che ora era debole e non poteva più ferirli. I ragazzi hanno lottato duramente per circa sette anni fino ad arrivare a questo glorioso momento: la morte di Henry, la fine di un’era buia, e un nuovo inizio pieno di speranze e sogni.
Infine si ha il momento più importante dell’episodio: il sacrificio da parte di Undici, l’ultimo dialogo con Mike, compagno fidato di avventure, l’unico che sin dalla prima volta aveva visto il bene che c’era in lei, l’unico che aveva visto quel potere non come una maledizione, ma come uno strumento per portare il bene e salvare il mondo. In quell’ultimo momento, nel buio totale, Mike ha riflettuto su tutto ciò che aveva passato con lei, alle sue parole, per questo non può pensare che la vita di Undici sia finita in pasto al cosmo, freddo, buio e senza speranza di ritorno.
Dopo la cerimonia del diploma, dopo il grande discorso di Dustin, ispirato dalle parole del suo carissimo amico Eddie nella quarta stagione, tutti si ritrovano a casa di Mike per un’ultima partita a D&D. Quando anche questa giunge al termine, Max chiede a Mike: “Cosa succede dopo?” Questo momento mi ha particolarmente affascinato, poiché Mike è riuscito a fare un parallelismo con i personaggi del gioco e i suoi amici. Ci dimostra che non tutto è eterno, e ognuno dovrà scrivere la propria storia, che sia triste, felice, tremenda oppure traumatica, l’importante è avere la possibilità di andare avanti e di non trascinarsi pesi per tutta la vita. Tra tutte queste rivelazioni il futuro della maga mi è rimasto decisamente impresso: Mike crede che sia da qualche parte nel mondo, dove ci sono tre cascate, lontana da Hawkins, lontana da tutti. Anche io credo nella teoria di Mike, anzi, analizzando più approfonditamente la scena, credo che sia anche vera.
In questo ultimo episodio i legami dell’amicizia, della famiglia, ma soprattutto dell’amore la fanno da padroni: ce lo dimostrano Hopper come padre e Mike come compagno di Undici, ma anche Lucas e Max: il povero Lucas è stato sempre accanto a Max quando era in coma, le faceva ascoltare sempre la sua canzone preferita, l’ha allontanata dai pericoli, salvandola definitivamente e riportandola alla luce.
Non mi importa se ci sono buchi di trama o domande senza risposta, per me l’importante è che tutti vivano un futuro radioso, pieno di cose belle e nuove; mi fa piacere il fatto che non ci sia stato alcun ferito, anche perché sarebbero state morti insensate. Tutti hanno avuto il loro per sempre felici e contenti (almeno si spera), ora devono andare avanti, e lasciarsi tutte queste avventure indietro, sarà dura, ma ce la faranno e credo che anche noi dovremmo fare così.
Davide De Prezzo
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Raramente mi è sembrato che una serie televisiva unisse più generazioni, Stranger Things c’è riuscita. Il finale di stagione ha suscitato un’attesa enorme sia tra i fan che tra gli spettatori più moderati ma curiosi di sapere quale sarebbe stata la chiusura di stagione e il destino dei suoi protagonisti. E c’è da scommettere che alla fine di un’avventura così epica ci sarà ancora tanto rumore, forse per riempire il vuoto che solo un evento di questo tipo può lasciare. Per quanto si tratti di un prodotto ambientato negli anni ottanta, ancora una volta l’impressione è quella che le serie televisive e l’industria mediale siano più in ascolto del mondo dei bambini e degli adolescenti che non quello degli adulti. Questo permette di restituire un’immagine più complessa dei ragazzi e del loro mondo rispetto a quella che emerge dal senso comune, ma anche dei “grandi”, nei quali molti vi si possono identificare. Hopper e Joyce per esempio sono genitori imperfetti, credibili, abitati da sensi di colpa, ansie da separazione, lutti non elaborati. Le emozioni dei protagonisti sono vissuti presenti in larga parte anche oggi: paura di non essere all’altezza o di essere diversi e quindi rifiutati dal gruppo, senso di colpa, lealtà e autenticità, solitudine e appartenenza, difficoltà a dare voce a delle parti autentiche di sé.
Fin dalla prima stagione ho pensato che il Sottosopra potesse essere una metafora potente per descrivere la nostra realtà, in cui le distanze tra le generazioni, e alcune impostazioni del passato risultano capovolte. Un modo per parlare dei nostri mostri: angosce, timore del fallimento e di non essere all’altezza, ansia per il futuro, solitudine e vergogna. E’ per questo che il finale per me assume un significato particolare e mi è piaciuto: coerente, emozionante in alcuni passaggi, scritto molto bene, così come la chiusura con il gioco di ruolo da cui tutto era cominciato, e il passaggio di testimone alla generazione successiva, meno nerd ma con più leggerezza e con le ragazze al comando. Abbiamo bisogno di nuove riletture di ciò che conosciamo e nuove idee per continuare a desiderare quello che non abbiamo ancora ottenuto.
I protagonisti sono cresciuti, non solo anagraficamente: Robin lo sostiene con una punta di malinconia quando dice che la maledizione di Hawkins è forse svanita per sempre e che la città non sembra essere più la stessa, ma probabilmente non è la città ad essere cambiata, ad essere cambiata è lei. Dustin non solo voleva vivere un’infanzia normale ed era arrabbiato perché gli era stata portata via, ma ha imparato ad aprirsi a qualcuno di diverso da lui come Steve (uno dei personaggi che ha dato maggiore soddisfazione), e a diventare per questo una persona migliore. Hopper ha finalmente smesso di voler proteggere a tutti i costi Eleven e di lasciarla libera di scegliere il suo destino: “non è detto che ti piaccia, né che tu la capisca, né che smetterai di pensarci”, dice a Mike, “lo accetti e basta, e vivi la vita meglio che puoi”. Tanti temi in questa ultima puntata, così come nelle precedenti (a me “fuga da Camazotz”, 5X06, resterà impressa come una delle migliori puntate della serie) comprese le separazioni, che fanno tanto male ma che aiutano tanto a crescere.
La felicità si può trovare in tanti luoghi, come dice Mike: nell’amore, nella conoscenza, nell’amicizia, nei viaggi in paesi lontani. E nel sentirsi uguali ad altre persone e condividere lo stesso interesse e passione per una serie televisiva.
Silverio Zucchi






